Jacques Lévy

Patrick Poncet
Dominique Andrieu
Boris Beaude
René-Éric Dagorn
Marc Dumont
Karine Hurel
Alain Jarne
Blandine Ripert
Mathis Stock
Olivier Vilaça

 

Accesso
diretto

Box

Box 2 - La strada: da una mondializzazione della deriva alla familiarità del mondo

La strada, raffigurata dai strip-malls o  shopping-malls negli Stati Uniti così come i vialoni di entrata in città in Europa, sarebbe il testimone dell’omogeneizzazione supposta del Mondo. Spazio lineare, questa via urbana prende forma attorno al sistema della merce mondializzata (prodotti e grandi gruppi internazionali) e del consumo, riassumendo da sola i nuovi spazi della città resa franca attraverso un gioco paradossale di accelerazione e rallentamento.

 Essa è indissociabile dalla delocalizzazione di attività commerciali e dalla ricomposizione funzionale dei centri-città che mira, al di là dell’ampiezza delle disponibilità fondiarie, a renderli immediatamente accessibili alle metriche automobilistiche.

  Le forme urbane costituite da collezioni di “scatole” che popolano le entrate delle città, e le firmano attraverso la forma (architetturale) e il segno (pubblicitario), sono rese possibili da una legislazione spesso incerta. Al di là della loro offerta e della standardizzazione delle loro forme, questi spazi lineari mondializzati sono dei potenti rivelatori della trasformazione dei tempi sociali[1]: essi riassumono la diluizione dei legami sociali “duri”, stabili, nei quali regna l’effimero raccontato in Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell'effimero [Bauman, 2009]. Sono forse essi altrettanti sinonimi di rottura, di discontinuità, almeno rispetto a un ordine interpretativo vecchio dal quale si distaccano? Per quali ragioni il superficiale dovrebbe essere invivibile? Inabitabile? Non è forse alla costruzione di un nuovo rapporto “scialbo”, fugace, leggero allo spazio materiale e non più segnato dall’ancoraggio, ma fondato da altro, che queste vie chiamano, aprendo, certo senza dubbio eccessivamente, questa interrogazione sull’urbanità effimera mondializzata? [Dumont, 2006].

  In questi ibridi periferici di società e di forme materiali, puro prodotto dell’automobilità, è l’invenzione del nuovo tipo di sguardo non solo estetico o paesaggistico, ma portante anche sulle nostre condizioni urbane, effimere, frammentarie e deterritorializzate, che le forme lineari della città settorializzata inviterebbero a realizzare alla scala del Mondo. Ecco senza dubbio il più grande dei paradossi: attraverso la mondializzazione di queste vie urbane e la loro riproducibilità infinita che le rende sostituibili da un paese all’altro, “non ci si sente mai veramente perduti”. Della familiarità, dunque (e attraverso essa dell’identità attraverso l’identico) vi si produce, alla scala del Mondo.



[1] Dumont, 2006.

Libro 

 
Tutte le carte