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Box 2 - Una mondializzazione improbabile: i tamang del nepal

Tentiamo [2] di entrare nella comprensione della mondializzazione attraverso un luogo, al fine di mettere in luce come questo processo può segnare le realtà locali, come esso s’internalizza (secondo l’espressione di Olivier Dollfus) in un luogo, come esso esercita, attraverso tutto un insieme di mediazione, degli effetti su una popolazione, su degli individui.

 Non si tratta, in questo caso, di una delle innumerevoli facce della mondializzazione, improbabile tanto si è lontani dalle immagini mondializzate e mondializzanti abitualmente mediatizzate, lontano anche in una localizzazione che potrebbe sembrare fuori dal Mondo, in una di questi confini del mondo che sembrano irraggiungibili attraverso un processo che prende delle strade spesso comparate a delle autostrade più che a dei sentieri di montagna. Le tre modalità di gestione della distanza che sono la telecomunicazione, la mobilità e la copresenza, sono qui fortemente limitate. Il che rende interessante quest’esempio: interessandosi a ciò che succede in una regione lontana poiché accessibile solo a piedi, con diversi giorni di cammino. Al margine dei grandi circuiti di scambio e senza accesso all’elettricità, alla strada, alla televisione, al telefono, non ci si aspetta di identificare gli impatti più esacerbati di un processo di mondializzazione. Ma non per questo si tratta di una regione i cui abitanti vivrebbero in autarchia, totalmente privi di scambi con altre popolazioni. Non è mai stato così, così come non si può dire che la popolazione non abbia mai subito delle trasformazioni: essa è per esempio passata, in due o tre secoli, da una vita nomade associata all’allevamento e alla coltura su terreno debbiato a una vita sedentaria su dei versanti di montagna.

L’organizzazione sociale tradizionale dei Tamang[3] riposa sulla differenziazione tra clan esogami. L’interesse del gruppo, in questo caso del segmento locale del clan, prevale su quello dell’individuo. Nella regione dalla quale sono tratte queste informazioni, nei distretti di Nuwakot e di Dhading, i Tamang sfruttano collettivamente secondo un sistema agro-silvo-pastorale il versante del loro villaggio situato tra i 1.500 e i 3000 metri di altitudine e dai 2000 ai 4000 abitanti. I campi, seppure nella mani di famiglie nucleari, sono sfruttati secondo un sistema comunitario, nel quale l’individuo non ha la scelta della coltura né del calendario agricolo, in particolare a causa del pascolaggio praticato dopo le raccolte. Fino agli anni Novanta, i Tamang di questa regione producevano in media a sufficienza per nutrirsi per 6-8 mesi dell’anno, e alcuni dei loro membri partivano in migrazioni stagionale o temporanee nel Nord del sotto-continente indiano, al termine delle quali portavano i cereali mancanti per sopravvivere tutto l’anno. Gli eventuali surplus monetari, per di più molto rari, venivano spesi in occasione di rituali religiosi collettivi, funerali o matrimoni, e quindi ridistribuiti. In questo modo c’era poca accumulazione di ricchezza, individuale o familiare, e poco investimento negli sfruttamenti agricoli.

     Se il Nepal ha cominciato a “entrare nel Mondo” nel 1950, in occasione dell’apertura delle sue frontiere – chiuse agli stranieri dal 1769 -, è però solo nel 1991 che un secondo tempo della sua apertura politica ed economica è reso possibile in seguito a un’insurrezione popolare. Gli anni Novanta, dunque, hanno visto tutta una serie di trasformazioni concomitanti le une alle altre ma non necessariamente collegate tra loro e dalle ripercussioni reciproche scoordinate e differenziate secondo i luoghi: democratizzazione del paese, politicizzazione delle masse, espansione economica del mercato, introduzione dei prodotti stranieri nei mercati locali, in particolare di prodotti cinesi a basso costo, aiuto internazionale molto importante, nascita di una moltitudine di ONG in competizione economica e politica col governo, nascita di un turismo di massa, diffusione tardiva e limitata della “rivoluzione verde” asiatica ecc.

Nei villaggi tamang di cui si parla, quest’apertura al Mondo si traduce con l’introduzione d’idee nuove, di tecniche, di prodotti provenienti da altrove, diffusi dagli stessi abitanti del villaggio che si spostano sempre di più nel resto del mondo, alla ricerca di tutto ciò che potrebbe rispondere alle difficoltà alle quali si confrontano in casa loro, in un contesto di pressione demografica forte. Le conseguenze di queste innovazioni sono numerose e rapide: le pratiche comunitarie tendono a scomparire a vantaggio delle innovazioni individuali: lo spazio tende a privatizzarsi; le produzioni agricole aumentano al punto da permettere alle famiglie di raggiungere un’autosufficienza alimentare, trasformando anche lo status dei soldi ricavati all’esterno; l’acquisizione individuale di prodotti di consumo per la prima volta accessibili diventa più valorizzata rispetto alle spese collettive; le migrazioni di lavoro, sempre più lontane e lunghe (verso li Sud-Est asiatico, i paesi del Golfo), diventano un vettore importante del cambiamento sociale, esponendo i Tamang a delle economie, delle culture, delle concezioni estremamente distanti dalle loro e inserendoli in un’economia mondiale in qualità di manodopera tra la meno cara del mondo. Si osserva così l’arrivo alla maggiore età di una prima classe di età scolarizzata tra i giovani tamang, il cui passaggio a scuola ha laicizzato il rapporto al mondo, razionalizzato il sapere, nepalizzato i loro riferimenti culturali.

Tutte queste trasformazioni, che sono intervenute nel giro di qualche anno nei tamang, hanno profondamente modificato la loro concezione del mondo, in particolare religiosa. Ufficialmente buddisti ma seguenti delle pratiche fondate su tre tradizioni religiose non concorrenti, si sono massicciamente convertiti al cristianesimo dagli anni Novanta. Certo qualche missione protestante ha toccato il paese dalla sua apertura, ma restano comunque poco presenti nella regione interessata. Sono soprattutto le trasformazioni economiche e politiche che permettono di capire questo cambiamento di appartenenza religiosa: i sacrifici sanguinolenti, le offerte e i rituali onerosi sono condannati dalla popolazione, in un contesto in cui emergono nuove nozioni come spreco, redditività, valorizzazione delle spese individualizzate. Le cerimonie tradizionali sono giudicate troppo care rispetto ai nuovi usi del denaro, e le conoscenze degli specialisti religiosi sono in concorrenza con quelle degli insegnanti, dei medici, dei giovani istruiti. Nasce così una separazione nuova tra ciò che appare dell’ambito religioso, e ciò che deriva ora dalla salute, dall’educazione, dalla politica dalla gestione degli ambienti naturali, altrettanti ambiti nei quali gli specialisti religiosi intervenivano precedentemente. La scelta di una nuova appartenenza religiosa avrebbe potuto farsi nel senso di un buddismo più ortodosso, privo dei suoi particolarismi locali, ma sono allora i protestanti che investono la regione con la loro presenza da quando l’apertura del 1991 tollera la conversione religiosa in Nepal, fin là proibita. E questi portano con loro, agli occhi dei Tamang, la legittimità di un Occidente che ce l’ha fatta e una tradizione religiosa che appare loro “moderna”, adeguandosi alle trasformazioni di cui da poco si sono appropriati.

Si osserva alla fine una comunità che sta diventando società, cambiamento che in Europa è apparso solo alla fine di un lungo processo indissociabile della dominazione degli uomini sulle forze della natura e di differenziazione progressiva delle funzioni sociali, che si operano in una quindicina di anni. C’è anche un’apertura locale che avvicina alla città, non attraverso la costruzione d’infrastrutture, ma attraverso l’emergere d’influenze e di comportamenti nuovi. Parallelamente a un’individualizzazione, è possibile identificare una differenziazione sociale nuova in seno a questa popolazione, con degli scarti che si incrociano in una società che era giudicata troppo omogenea, tra uomini e donne, tra istruiti e non, differenziazione spaziale anche con degli spazi che si specializzano. Ma, paradossalmente, si osserva anche un rifiuto dei particolarismi locali che accompagnano un tentativo d’integrazione allo spazio e alla società del Nepal, con una partecipazione della società civile, in un processo di nepalizzazione linguistica, culturale e sociale. E c’è nella cristianizzazione, una maniera di passare dal locale al globale, sfuggendo al piano nazionale indù che marginalizzerebbe i Tamang giudicati troppo impuri per le caste dominanti indù. Si osserva così una concordanza tra una differenziazione in seno alla società tamang, e allo stesso tempo una forma di omogeneizzazione verso un modello nazionale, se non più oltre, giudicato universale – doppio processo di omogeneizzazione e di differenziazione, d’inserzione e resistenza.

 


[2] Le fonti di questo Box sono tratte da un lavoro di ricerca [Ripert, 2000], realizzato partendo da un soggiorno di ricerca- 18 mesi tra il 1994 e il 1999. I metodi di lavoro sono stati presi in prestito dall’antropologia e dalla geografia.

[3] I Tamang sono uno dei numerosi gruppi etnici del Nepal, di lingua di origine tibetano-birmana, che vivono nella regione del centro e nelle montagne situate a nord-ovest di Katmandu. Questo gruppo conta poco più di un milione di persone, sui 26 milioni in Nepal nel 2006.

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