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Box 1 - Jared Diamond: una biogeostoria

Il libro di Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni (titolo originaleGuns, germs and steel. The fates of human societies), apporta un contributo al dibattito sulla dimensione geografica degli inizi dell’umanità.

L’autore persegue un obiettivo ambizioso e dalle sfide più ampie del mero ambito scientifico: dimostrare che le disparità di sviluppo tra le società contemporanee non sono legate a un’ineguaglianza biologica ma alle condizioni di possibilità iniziali della vita in società. In un libro più recente [Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, 2004 (titolo originale Collapse. How societies choose to fail or succeed)], egli ha voluto anche mostrare l’importanza delle configurazioni e delle orientazioni delle società nel trattamento dei rischi ecologici.

Qui, opponendosi alla retorica razziale, che pretende associare lo stato di una società al patrimonio genetico dei suoi membri, egli si trova implicato in un dibattito classico tra gli antropologi, tra evoluzionismo (compreso nella sua variante diffusionista) e culturalismo. Egli sceglie un’altra via, quella di un universalismo ecologico, coerente con la sua formazione di biologo, ma che può sconvolgere un ricercatore in scienze sociali. Si può così rimproverare all’approccio di Diamond di non prendere in considerazione le causalità propriamente sociali della storia che egli racconta e di soffrire di quello che si potrebbe definire un riduzionismo naturalista. Le cose non sono così semplici, tuttavia, poiché il cuore del suo argomento riguarda le risorse che le società hanno avuto a loro disposizione nelle differenti parti del Mondo. L’impedimento esterno non è preso in considerazione in se stesso ma “tradotto” in termini di capacità delle società a trattare il loro ambiente, in particolare attraverso i loro sistemi tecnici. Partendo dall’ipotesi secondo la quale non c’è ineguaglianza a priori tra le competenze delle differenti società, l’autore suppone che la differenziazione è derivata dalla differenza della natura e dell’ampiezza dei problemi da trattare. Questa supposizione ne implica un’altra che si può giudicare, secondo il punto di vista che si adotta, sia contraria sia conforme ai principi di base dell’antropologia. Da un lato, si può affermare che quest’approccio nega la differenziazione precoce dei sistemi sociali delle società senza Stato. Dall’altro, si può ritenere che queste differenze siano secondarie rispetto a una dominanza [Godelier, 1984, Lévy, 1994] che le riunisce, tanto in materia di dispositivi produttivi che di rapporti sociali. Seguendo la seconda opzione, i multipli sistemi di parentela che si possono incontrare non sono altro che delle varianti di una configurazione che fa della “riproduzione biologica” la spina dorsale della società, un tratto che non si ritrova più in altri modi di organizzazione sociale, il che può essere una maniera di ritirare il suo dogmatismo unificatore dall’antropologia strutturale, senza togliervi il suo potere esplicativo quando si tratta di società situate in una certa configurazione storica. In questa prospettiva, un modello che gerarchizza i margini di autonomia delle società sul loro proprio divenire permette di distinguere meglio ciò che è possibile e ciò che non lo è in un contesto dato.

Anche se Jared Diamond non procede a questa messa a punto epistemologica tanto rigorosamente quanto ci si augurerebbe, la sua argomentazione resta seducente. Essa tratta, nei suoi sviluppi più convincenti, del periodo successivo, quello che separa l’invenzione dell’agricoltura dalla conquista del Mondo da  parte degli Europei. Proponendo una biogeografia delle piante coltivabili e dei mammiferi, egli dimostra in modo convincente che a parità di sistemi tecnici equivalenti, il “Vecchio Continente” (Eurasia e Africa) si è trovato avvantaggiato rispetto all’America o all’Oceania in ragione, in particolare, della sua dimensione (secondo delle metriche biologiche), che ha offerto una probabilità più forte di vantaggio di specie che vi emergono e vi prosperano. Egli insiste soprattutto su un’altra caratteristica, l’esistenza di spazi molto estesi in longitudine alle latitudini temperate, il che ha permesso una circolazione di specie differenti ma capaci di sopravvivere in ambienti leggermente sfasati rispetto a quelli nei quali esse erano apparse. La possibilità di un contatto relativamente facile, attraverso l’attraversamento dell’Asia interna, tra le facciate orientale e occidentale di questo insieme gioca qui un ruolo importante di accrescimento della diversità potenziale. Di conseguenza, su una gamma alla fine molto ristretta di piante e di animali che si prestano all’addomesticamento, la zona temperata del vecchio continente ha beneficiato di un campione sostanziale. 

Questo tipo di spiegazione deve evidentemente essere situata in un contesto storico particolare, e non bisogna in alcun caso trasporlo in un altro senza precauzione. Si può comprendere perché era più logico che la “rivoluzione neolitica” si producesse innanzitutto nel Vicino Oriente, e che questo focolaio e altri potessero comunicare, rinforzando ancora il primato del Vecchio Continente. Al contrario, le differenziazioni interne a questo insieme precoce e cangiante dipendevano chiaramente da altre logiche. Il passaggio del Vicino Oriente da “crocevia delle innovazioni” per almeno 10.000 anni in “crocevia delle invasioni”, dalla conquista romana ad oggi, è un avvenimento particolarmente stimolante da analizzare. Esso permette di capire che le stesse caratteristiche biofisiche possono giocare in sensi opposti a seconda dei contesti.

Siamo dunque chiamati a lavorare sul cantiere di una geostoria della natura, essendo essa definita come “il mondo biofisico, per quanto riguarda la società” [Lussault, 2003]. Dal punto di vista della relazione tra scale spaziali e scale temporali, si può allora formulare l’ipotesi seguente: l’autonomizzazione della storia delle società gioca in due sensi contraddittori dal punto di vista delle dimensioni degli spazi dei continenti. Da una parte, si tratta di un processo di gestione crescente della distanza che permette, grossomodo, di costituire degli spazi economici, sociologici e politici sempre più estesi, laddove la mondializzazione costruisce il livello ultimo. Dall’altra parte, l’autonomia delle società può essere letta come la capacità di differenziarsi su dei punti fondamentali a delle scale sottili. Il processo di frammentazione degli spazi linguistici che ha studiato Ferdinand de Saussure [1916] può essere generalizzato: la storicità dell’umanità si caratterizza per un’autodifferenziazione delle società a delle scale ben più ristrette di quelle dei grandi insiemi bioclimatici e in modo molto più radicale di quanto potrebbero lasciar pensare le varianti di questi stessi insiemi. Nessuno si azzarderebbe a spiegare la frontiera di sviluppo corrispondente al Mediterraneo o al Rio Grande attraverso delle considerazioni biofisiche. Ancora meno le differenze tra le due Coree, tra Israele e il Libano, o ancora tra Singapore e la Malesia. Queste configurazioni dalla durata di vita variabile confermano il carattere semplificatore di un’equivalenza scalare tra spazio e tempo. Le società si dispongono spazialmente e temporalmente, simultaneamente, secondo logiche complesse e dinamiche. Bisogna, dunque, quale che sia il problema posto, rinunciare alle “geometrie sociali” e riconoscere la necessità di teorie sociali del tempo e dello spazio. 

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