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Box 2 - Come definire unà impresa mondiale?

Tradizionalmente, le imprese sono definite in funzione del paese in cui è situata la loro sede sociale. Si parla quindi d’imprese francesi, cinesi, americane (nel senso degli Stati Uniti). Eppure, la nazionalità delle imprese è sempre più difficile da definire per via della composizione del loro azionariato, della suddivisione della loro forza lavoro o delle dimensioni del loro mercato. Allo stesso tempo, la difficoltà di applicare una nazionalità a un’impresa non ne fa automaticamente un’impresa mondiale, visto che il passaggio dall’una all’altra non è sempre netto.Coesistono varie definizioni dell’impresa mondiale. Tutte sono pertinenti, ma nessuna è soddisfacente. Ciononostante, è possibile individuare vari criteri o qualità diverse: la dimensione, il numero di paesi, la percentuale degli effettivi, degli stipendiati e della cifra d’affari effettuati in paesi diversi da quello della sede sociale, la marca, la composizione dell’azionariato, la composizione del consiglio esecutivo del consiglio d’amministrazione o del personale della sede sociale, o ancora l’impegno dell’impresa in questioni di società di dimensioni mondiali. Certamente, questo non rappresenta altro che un campione dei criteri possibili.

Le dimensioni

La rivista Fortune definisce le imprese mondiali in funzione delle loro dimensioni, ossia della loro giro d’affari. Se è vero che un’impresa mondiale ha più possibilità di avere una cifra d’affari elevata, comunque l’importanza di grandi mercati interni - come quello degli Stati Uniti oggi o della Cina domani - costituisce una scappatoia importante. Un’impresa come Wal-Mart, regolarmente in testa alla classifica del Fortune Global 500 e la cui sede sociale è a Bentoville in Arkansas, realizza così la maggior parte della sua cifra d’affari negli Stati Uniti e non è presente che in una decina di paesi.

Il numero di paesi

Qual è il numero di paesi in cui è necessario sia impiantata un’impresa per poter dire che essa è mondiale? Le definizioni variano e non trovano un accordo su questo punto. D’altronde, la quantità importa forse più della diversità? Un’impresa la cui sede sociale è localizzata in Francia può avere filiali in 15 paesi europei. Essa sarà mondiale o europea? E se occorre una presenza extra-europea per essere mondiale, quale sarà l’ambito di riferimento geografico? I continenti, le associazioni di Stati quali l’Alena o il Mercosur? Alcuni autori insistono sulla necessità per un’impresa mondiale di avere una presenza ugualmente ripartita fra i tre poli della Triade. Ciò sembra più pertinente, ma bisogna comunque fare i conti con le difficoltà nel definire con precisione questi ultimi.

La percentuale degli effettivi, degli stipendiati e del giro d’affari

 Per rispondere alle lacune della classifica della rivista Fortune, l’UNCTAD si propone di classificare le imprese in funzione di un indice di transnazionalità. Quest’ultimo prende in considerazione la percentuale degli effettivi dell’impresa e la percentuale dei suoi stipendiati localizzati all’esterno del paese in cui è situata la sede sociale, così come la percentuale delle vendite realizzate all’estero. Ciò ha come effetto quello di far slittare in coda alla classifica le imprese che dipendono fortemente da un grande mercato nazionale (Wal-Mart o Verizon), e a mettere in testa le imprese provenienti da paesi il cui mercato del paese d’origine è piccolo (Nestlé, Roche o Philips) o le imprese la cui localizzazione delle attività dipende dalla localizzazione delle risorse naturali (imprese petrolifere, miniere). Il limite di tale classifica è di nuovo l’assenza di presa in considerazione della diversità della localizzazione delle filiali. Secondo Alan Rugman e Alain Verbeke, nel 2004, soltanto tre imprese (Nokia, Philips e LVMH) erano realmente mondiali in quanto disponevano di filiali in proporzioni simili nei tre poli della Triade.

La marca

Alcune imprese non hanno una presenza molto estesa nel Mondo, né un giro d’affari sufficientemente importante da farle entrare nel Fortune Global 500 o nella classifica dell’UNCTAD. Eppure, esse possono essere considerate come mondiali dal punto di vista della loro fama. Ciò è particolarmente vero per le imprese del settore delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (NTIC) le cui attività sono in gran parte smaterializzate. Il miglior esempio è senz’altro l’impresa Google, basata a Mountain View nella Sillicon Valley, la cui cifra d’affari non le permette di entrare nelle classifiche classiche, ma che è oggi una delle marche più conosciute e il cui valore è il più elevato /la plus enlevée nel testo originale..errore di stampa/battitura?/. L’agenzia di consulenza Interbrand ha stabilito una classifica delle principali marche mondiali prendendo in conto una valutazione del valore delle marche. Tra le prime 25, nove vengono dal settore delle NTIC.

La composizione dell’azionariato

 La struttura dell’azionariato delle imprese è un indicatore possibile del grado di mondialità di un’impresa. Risulta così che circa il 40% delle azioni dei più grandi gruppi francesi sono in mano ad azionisti stranieri. Solo il 42,1% delle azioni del gruppo Lafarge era detenuto da azionisti francesi nel 2006, mentre il resto andava ad azionisti localizzati negli Stati Uniti (16,9%), in Belgio (16,7%), nel Regno Unito (10,7%) e nel “resto del Mondo” (13,6%). Ciò può comunque tradursi nella presenza di uno o più azionisti importanti, come nel caso del gruppo BTP Eiffage con più del 30% delle azioni possedute all’inizio del 2007 da Sacyr Valleherm, la cui sede è in Spagna, oppure nella presenza di una moltitudine di piccoli azionisti.

 

L’impegno nelle sfide di società dalle dimensioni mondiali

L’ultimo esempio d’indicatore è l’impegno visibile delle imprese nelle sfide mondiali quali la lotta all’HIV-Aids, il cambiamento climatico, la povertà, il lavoro infantile o la diseguaglianza uomo-donna. I gruppi che si impegnano su tali temi mostrano così che il loro spazio di riferimento non è più quello di una società particolare - per esempio, la società francese per i gruppi francesi - ma quella della società mondiale.

 

Le prime imprese mondiali secondo le classifiche

 

Fortune Global 500 (2007)

Transnationality Index (2007)

Interbrand (2007)

1

Wal Mart Stores

Thomson Corp.

Coca-Cola

2

Exxon Mobil

Liberty Global

Microsoft

3

Royal Dutch Shell

Roche

IBM

4

BP

WPP Group

General Electric

5

General Motors

Philips Electronics

Nokia

6

Toyota Motor

Nestlé

Toyota

7

Chevron

Cadbury Schweppes

Intel

8

DaimlerChrysler

Vodafone

McDonald’s

9

ConocoPhillips

Lafarge

Disney

10

Total

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