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Visioni del Mondo

Si può cartografare la mondializzazione? La domanda sembra semplice. La risposta è più difficile. Rispondere in modo affermativo significa affermare implicitamente che la mondializzazione è un fenomeno geografico, e che, come tale, deve poter essere rappresentato come può esserlo tutto lo spazio, per mezzo di una tecnica specifica chiamata cartografia. Che se la sbrighi! Rispondere negativamente equivale o a trascurare l’importanza della dimensione spaziale del fenomeno - il che è una contraddizione in termini in quanto il Mondo è per definizione uno spazio - o il forzare la mano per descrivere la situazione in cui si trova chi vuole costruire un’immagine del fenomeno, situazione difficile in quanto contraddittoria - lo vedremo - con i principi fondatori della carta e in minor misura con quelli della cartografia. La risposta è quindi sottile. Essa presuppone che si colga in modo preciso e rinnovato cos’è l’atto cartografico, e che si concepisca un’idea della mondializzazione compatibile con un’interpretazione geografica del fenomeno, fondamento della sua rappresentazione cartografica.

 

«Mettre en route l’intelligence sans le secours des cartes d’état-major.»

René Char, 1946.

Il mondo,

IMPERATIVO CARTOGRAFICO

Cos’è quindi la cartografia? La cartografia è una tecnologia sociale che ha per oggetto la rappresentazione geografica convenzionale dello spazio, in particolare dello spazio geografico. Se la rappresentazione è convenzionale, ciò non esclude, per esempio, una critica estetica della cartografia, anzi. Fra i prodotti cartografici, la carta è un caso particolare, per il quale il punto di vista è zenitale. La realizzazione di globi fa appello alla cartografia, ma un globo non è una carta.

Questo punto di vista formale mette l’accento sul carattere convenzionale della rappresentazione cartografica, ma anche sul fatto che la carta non è un prodotto particolare della tecnologia cartografica rispondente a determinate convenzioni. La carta è una sorta di protocollo di rappresentazione; la verità cartografica è contrattuale. È poco, ma è anche molto. Giacché il quadro convenzionale che definisce specificamente la carta fa eco solo marginalmente con il quadro concettuale della mondializzazione. Altrimenti detto, identificare questa dissonanza è un modo per sottolineare due aspetti essenziali della risposta alla domanda di partenza: per essere giusta e pertinente, qualsiasi carta deve prendere in conto e tradurre un pensiero geografico che le preesiste - il che presuppone una teoria dello spazio, pur se solo implicita o addirittura incosciente -, e il pensiero geografico della mondializzazione deve essere capace di astrarsi, almeno parzialmente, dai presupposti veicolati dalle carte del mondo esistenti.

Qual è allora lo stato dell’arte nella materia? Lasciamo da parte ciò che, nella geografia francese, deriva dalla conoscenza tecnica delle regioni del Mondo o da un’ingenua riduzione della mondializzazione a un approccio destrutturato delle logiche economiche a grande scala (è meglio rivolgersi ai traders su questi temi). Interessiamoci piuttosto a ciò che riguarda una scienza sociale che si interessa al pensiero dello spazio delle società. Il cartografo dispone allora di alcune riflessioni interessanti in grado di guidare il suo disegno. La cartografia della mondializzazione diventa possibile e utile alla geografia. Cosa dicono allora i geografi della mondializzazione? «Processo di emersione del Mondo come spazio, tramite il quale la distesa plantetaria diviene uno spazio.» [Lévy e Lussault, 2003, «Mondialisation»] E va aggiunto che l’umanità ha già conosciuto sei mondializzazioni (si veda il capitolo  4), ciascuna delle quali con la propria singolarità, e che quella attuale fa venire alla luce nuove scale, nuovi poteri politici - di scala mondiale - nuovi luoghi, «ben situati», che contrastano con l’aumento delle mobilità, e allo stesso tempo di nuovi mondi che si articolano con il Mondo (le maiuscole iniziali sono importanti). La sfida cartografica è posta.

Il cambiamento di scala, innovazione geografica di primo piano, è un problema cartografico per almeno due ragioni. La prima pone la questione grafica dell’unità del Mondo. Questione che, sottolineiamolo, non richiama che delle risposte imperfette, poiché se la carta è una veduta del Mondo, mai nessuno ha visto né vedrà il mondo nella sua interezza, e la forma delle sue parti ha pertinenza solamente rispetto a un punto di vista particolare e delle abitudini che esso impone. Ma tale questione è abitualmente posta nei termini di un’altra questione a essa connessa, quella della proiezione. Questione tecnica, che può far credere al non iniziato che sia in corso un dibattito d’esperti dal quale risulterà una consacrazione del miglior fondo-carta del Mondo e della mondializzazione. Niente affatto: la questione della proiezione è di una semplicità infantile, e merita d’essere posta senza tergiversare. Il bisogno degli uomini di visualizzare il loro mondo si è scontrato ben presto con il triplo problema dell’utilità della visione prodotta, della sua ergonomia, e della sua memorizzazione. Diverse famiglie di risposte sono state date nel corso del tempo, rispondenti in modo più o meno vantaggioso a queste tre componenti di uno stesso problema. Nel mondo antico-medievale, essendo l’esperienza della razionalità solo molto parziale, sono le reti che strutturano più fortemente lo spazio degli utilizzatori di carte: mercanti, pellegrini, sovrani in guerra… Per ciascuno di essi, lo spazio si controlla attraverso i suoi nodi (città, presidi…) collegati tra loro da una rete di strade che definiscono delle vie d’accesso, dei tempi d’azione e di reazione. Dei modi di rappresentare complicati, fortemente simbolici, quasi tabulari, bastano ad orientarsi nello spazio complesso di tali reti. È con la duplice necessità di potersi situare in uno spazio marino privo di punti di riferimento e di poter stimare le potenze attraverso la superficie delle terre controllate che nel Rinascimento si sviluppa una pratica cartografica conosciuta ma prima di ciò poco utile, che tende a fare della carta un modello ridotto del territorio e dei suoi attributi di superficie su un supporto di carta. Le soluzioni matematiche si perfezionano. Ma, con la crescita della misura dell’estensione da rappresentare diventa impossibile procedere senza danni alla riduzione: lo spazio curvo costituito dalla superficie di una sfera non può essere reso in piano senza essere deformato da una parte, e strappato dall’altra. La tecnica della proiezione, che permettere di stabilire una relazione d’equivalenza tra le coordinate geografiche di un luogo sul globo e quelle in una griglia su un foglio di carta, va allora raffinandosi infinitamente. Nasceranno così decine di metodi, le cui proprietà permetteranno di costruire carte dagli usi specifici: navigazione, localizzazione precisa, comparazione di superfici, misure di distanze. Ma, ogni volta, le leggi della geometria obbligano almeno alla scelta di un tipo di proiezione, di un centro di proiezione, e degli spazi che bisognerà scindere. Proiettare vuol dire allora scegliere un centro del Mondo e sacrificare gli spazi da strappare. Comunque sia, i metodi di proiezione non hanno nulla di esoterico e rispondono tecnicamente a delle attese precise che derivano in fine da scelte di rappresentazione spostando il più delle volte lo sforzo su un obiettivo di «resa» delle forme o delle superfici continentali, senza tener conto del loro contenuto sociale (popolazioni, città, reti di relazioni ecc.), pur fondandosi, più o meno scientificamente, su degli a priori culturali o ideologici strutturanti.

Secondo problema cartografico: la carta della mondializzazione deve raffigurare il Mondo, in un modo o nell’altro. Ciò non significa affatto che esso debba esservi raffigurato in una forma classica, con un trattamento uguale delle sue parti, ma piuttosto che ciascuna di esse deve esservi raffigurata secondo una convenzione di rappresentazione data e dichiarata; la carta dei luoghi mondializzati in seno a una città mondiale è una carta della mondializzazione. Pertanto, una carta della mondializzazione non può limitarsi a giustapporre delle carte di sotto-insiemi regionali che compongono il Mondo. Il cambiamento di scala della mondializzazione crea del nuovo, degli spazi nuovi, primo fra tutti lo spazio mondiale, che non può essere ridotto con un planisfero raffigurante gli Stati del globo.

Il planisfero degli Stati, quanto ad esso, non è una carta del Mondo. Questa immagine comporta tre difetti redibitori. Primo, quello di una partizione, in antinomia con l’idea di unificazione che sottende la mondializzazione. Secondo, la mondializzazione è portata in gran parte da reti di ogni natura, veicolanti uomini, merci, informazione, e il planisfero dei paesi, che insiste sulla territorialità, dimentica il motore reticolare della mondializzazione. Terzo, infine, se la maggior posta in gioco della mondializzazione è l’emergere di una società politica di scala mondiale, e se la sua esistenza è ancora embrionale, la dinamica geopolitica della mondializzazione vede oggi emergere territori politici sovranazionali e infranazionali e l’indebolimento o almeno la relativizzazione del ruolo degli Stati negli affari del Mondo.

Nel tempo della mondializzazione, la sfera politica investe spazi altri da quello dello Stato, e in particolare gli spazi regionali, i quali si confondono in parte con le aree urbane che comandano il Mondo nell’articolazione geografica: metropoli mondializzate-megalopoli-Arcipelago megapolitano mondiale. Conseguentemente, una carta della mondializzazione deve dare una parte importante ai luoghi del Mondo, spazi unificati da cui partono, da cui passano e in cui arrivano i flussi mondializzanti: cultura, finanza, merci, informazione, turismo… Ora, la carta soffre di un handicap congenito: l’euclideismo. Vero e proprio peccato originale del cartografo, l’euclideismo designa il fatto che una carta non può essere altro che una rappresentazione piana dello spazio, mentre quest’ultimo non sta in un piano. Lo spazio delle società è l’insieme delle relazioni tessute dalla distanza tra le componenti della società, e le distanze in questione non si sommano come in un piano, rispettando l’ineguaglianza che stabilisce che la distanza più breve fra due punti è sempre la retta. Se ciò è vero nello spazio della geometria euclidea, che è anche quello del foglio sul quale si traccia la carta, è invece del tutto falso nello spazio geografico, poiché la distanza misurata in tempo di percorrenza fra due luoghi varia in funzione del senso dello spostamento, del momento, dell’itinerario piuttosto che della forma (linea retta, curva ecc.) del tracciato. In uno spazio formato dai tre luoghi A, B e C, il tragitto AB+BC può essere più rapido del tragitto diretto AB, mentre sulla carta (euclidea), AB è sempre più breve di AB+BC. Il solo mezzo per rappresentare lo spazio geometrico in tutta la sua complessità non euclidea consiste nell’usare dei sotterfugi simbolici e delle deformazioni, come si fa - ad esempio - con l’aiuto dei cartogrammi o più semplicemente nel disegno delle mappe delle metropolitane. Comunque sia, gli spazi che contano nel Mondo mondializzato e, in primo luogo, le città, a fortiori gli spazi intra-urbani, non possono essere che sotto-rappresentati dalla cartografia.

Ma la carta aggrava il suo caso ancora su un altro piano. Essa aggiunge a questa relativa incapacità di raffigurare ciò che conta nel Mondo della mondializzazione una propensione a raffigurare degli spazi idioti, cioè a sovrastimare l’idiografia datata e statica. Ciò che faesattamente il cartografo incosciente del pericolo è la proprio la delimitazione e la colorazione di distese in genere piuttosto vuote, almeno relativamente a un Mondo maggioritariamente urbano, distese di cui concepisce l’unità su basi  il più delle volte epistemologicamente fragili, comunitariste e la cui individualità è esclusa, invocando a casaccio qui la religione (immaginata), lì una cultura (fantasticata) un’etnia (naturalizzata), o ancora la residualità, per gli spazi dei quali non si sa che fare ma che si ostinano a restare al loro posto sul mappamondo (abitualmente: l’Africa). Capofila dei cartografi «idioti», Samuel Huntington [Huntington, 1990], con la sua carta delle civiltà e del loro scontro annunciato (si veda il capitolo 8), è comunque riuscito ad influenzare qualche autore di programmi scolastici e qualche editore di manuali, che non hanno trovato niente di meglio da fare che scolpire nel marmo dei cervelli dei bambini la carta di un mondo che non sarebbe altro che una giustapposizione instabile e conflittuale di gruppi etnico-religiosi naturalmente nemici; ad ogni generazione il suo fardello epistemologico. Si immagina con benevolenza e ingenuità che questa cantonata manifesta possa essere giustificata dalla necessità di uno studio critico, che si attende da parte degli insegnanti e degli insegnati, ma in tal caso non si sta valutando un aspetto essenziale della carta: la sua funzione performativa, o altrimenti detto «l’effetto di verità», quando «dire è fare». Molto spesso, e anche molto più spesso di quanto non si immagini, l’esistenza della carta del territorio basta a provare l’esistenza del territorio. O meglio ancora, ogni carta produce un territorio più di quanto non lo rappresenti; la carta è il territorio, persino. Mai nessuno ha visto né vedrà il Mondo, eppure esso esiste. E il nostro intelletto non vi ha accesso se non per mezzo delle rappresentazioni, prima fra tutte la carta. Quella dei mondi di Huntington fa esistere tali mondi, e distrugge il Mondo. Corollario importante che incita ancora all’ottimismo: chi prepara la carta del Mondo lo fa esistere. Il Mondo è un imperativo cartografico.

Il mondo dei cartografi

La cartografia di un «mondo mondializzato» deve raccogliere due sfide: come «mondializzare la carta», cioè raffigurare la spazialità «glocale» della mondializzazione, articolando correttamente divisione e unità? Come appiattire il mondo, ossia raffigurare la sua geometria non euclidea, la cui espressione è particolarmente forte nei fenomeni mondializzati, il che pone anche la questione dei limiti della cartografia e della pertinenza del suo uso in geografia?

Mondializzare la carta

Il referente locale serve a costruire una lettura specifica della carta, intorno a una tematica più o meno complessa e problematizzata. Nella lettura cartografica, ci sono limiti grafici sui quali viene a incappare lo sguardo nel suo andirivieni incessante fra lettura globale e lettura locale. Per rendere la mondialità, che associa scala globale e scala locale, le carte del mondo devono organizzare in maniera giusta ed efficace questo movimento di andata e ritorno. La trama territoriale è in generale l’elemento strutturante della lettura locale. Il più delle volte, la maglia degli Stati assume questo ruolo, il che non è sempre corretto nei riguardi dell’argomento della carta e della spazialità messa in gioco. Ciò in quanto nelle problematiche della mondializzazione tutte le combinazioni locale-globale sono possibili. Bisogna darsi i mezzi cartografici per visualizzare tali combinazioni ed evitare che le griglie statistiche, come ad esempio gli Stati, non impediscano dei ragionamenti che si fonderebbero su constatazioni cartografiche.

Per estensione, la carta della mondializzazione non è così né il risultato della giustapposizione delle carte di ogni parte del mondo, né quello della sovrapposizione di tutte le carte tematiche del Mondo. Essa non è né una visione unicamente globale, né un semplice catalogo dei luoghi interessati.

Appiattire il mondo

Ogni «grande potenza» produce delle carte di cui essa occupa il centro. Notiamo tuttavia che il fatto di occupare il centro geometrico dello spazio euclideo di una carta non equivale né tanto meno traduce necessariamente il fatto che si occupi il centro dello spazio geografico, che, quanto a lui, non è euclideo, e ancor meno che si occupi una posizione importante (come testimonia il caso del Massiccio centrale in Francia). La postura performativa che consiste nel disegnarsi al centro della carta, per far credere che si è il centro del Mondo, traduce invece abbastanza bene l’idea che gli Stati ragionano geograficamente in uno spazio euclideo, sottostimando le logiche di reti transnazionali, cosa che non tutti comunque possono permettersi.

Il mondo non ha centro geometrico, mentre la proiezione cartografica presuppone di sceglierne uno, e nel migliore di vari casi mediante un sapiente piegamento (caso della proiezione di Fuller). I collegamenti che la distanza tesse fra i diversi luoghi del pianeta non si capiscono bene se non se ne colgono le logiche di “avvicendamento” dello spazio mondiale che definiscono delle prossimità paradossali e delle «linee rette» dai percorsi tortuosi. I parametri di una proiezione - se definiscono gli spazi perduti della mondialità, strazianti strappi della proiezione (riguardanti spesso l’oceano Pacifico) - derivano da scelte che tengono conto della posizione di «centri del mondo», potenze strutturanti delle distanze planetarie. Le vie commerciali aeree si organizzano così in una rete gerarchizzata (si veda il capitolo 13), prodotto congiunto delle prossimità chilometriche e delle logiche di redditività economica, quindi della frequentazione delle linee. Alcune zone del globo appaiono così come veri vicoli ciechi, delle estremità del mondo, come al margine del mondo; altre sono come prese nei flussi ininterrotti che collegano le grandi megalopoli planetarie.

Questo Mondo mondializzato, che geograficamente non ha margine né fine, sembra così geograficamente limitato e demarcato. La sua cartografia deve tenerne conto. Deve, per quanto possibile, provare a raffigurare i centri e le periferie del mondo, ma anche organizzare nello spazio della carta una configurazione che funziona come un tutto. È una particolarità affermata dalle reti mondializzate quella di combinare interruzioni e continuità, e più in generale di definire la distanza fra due punti solo in funzione delle distanze entro ciascuno di essi e il resto del mondo. Come se andare da qualche parte ponesse sempre la questione del seguito del viaggio: ritorno o continuazione. Tappa o destinazione, è come se ogni luogo dovesse pendere per uno di questi due status.

 

In fondo al mondo: Tre carte

Proseguendo su quest’approccio teorico, vorremmo presentare tre carte che provano - pur conformandosi ai principi che avremo enunciato - a costruire delle immagini che comporranno un gioco di fondo-carta possibili per l’insieme di questo libro.

Queste tre carte fondamentali del Mondo contemporaneo costituiscono altrettanti fondo-carta che bisogna avere in mente nell’analisi geografica della mondializzazione. Ciascuna di queste carte (ciascuno di questi fondi) offre un’immagine della geografia mondiale di una delle tre modalità di gestione della distanza: la copresenza, la mobilità, la telecomunicazione. In altri termini, si tratta di esprimere la spazialità di tre ingredienti della mondializzazione.

Il fondo di copresenza del mondo fornisce una cornice al «fare società» attraverso la costituzione e il funzionamento di configurazioni spaziali che riducono la distanza tra le realtà sociali. Il fondo di mobilità approccia il mondo che si muove, gli spazi che si aprono gli uni agli altri, i luoghi che attirano e drenano i flussi materiali di una mondializzazione vista come un mescolamento sociale planetario. Il fondo della tele-comunicazione mette in evidenza le ultime frontiere che suddividono il pianeta e i nuovi venuti sulla scena mondiale.

Queste immagini sono imperfette, parziali e sfocate su certi aspetti, ma sono utili per cogliere un fenomeno fondamentalmente spaziale che supera la dimensione individuale nella quale talvolta ci si sente stretti.

Copresenza

La cartografia della copresenza alla scala mondiale persegue l’obiettivo di mostrare attraverso la carta la ripartizione di ciò che potrebbe essere compreso come un grado di prossimità fra le realtà sociali. Se la riduzione della distanza è una condizione di possibilità dell’interazione sociale, allora la misura di tale riduzione è un indicatore della capacità dei gruppi umani a «fare società».

Densità urbane e densità non urbane

È necessario distinguere preliminarmente la copresenza come stato, il cui grado caratterizza una situazione geografica particolare, dalla copresenza come risultato, o da una mobilità elementare (spostamento e quindi incontro fisico), oppure da una telecomunicazione elementare (incontro “virtuale”). Nelle situazioni geografiche reali, copresenza, mobilità e telecomunicazioni sono intimamente legati, essendo allo stesso tempo concorrenti e complementari - « in coopetizione» -, ma ciò non impedisce assolutamente di delineare uno stato dell’arte in termini di copresenza, tenendo presente che quest’ultima asservisce mobilità e telecomunicazione.

Questo fondamento teorico pone la questione della metrica utilizzata, cioè del modo di misurare la distanza, e tra l’altro quella della selezione delle realtà sociali prese in considerazione.

Sul secondo punto, si è deciso di ragionare alla scala dell’individuo, la più piccola delle unità sociali, e unità commensurabile da un luogo all’altro del pianeta. Questa scelta si giustifica con tre tipi di argomenti: la generalizzazione in atto, senza dubbio irreversibile, del modello della “società degli individui” (Norbert Elias) dinamica che tuttavia non dimentica che lo stato di avanzamento di questo modello non è che embrionale in alcune regioni del globo nelle quali un comunitarismo più o meno esclusivo domina; il carattere universale della definizione di individuo rispetto ad altri oggetti che si sarebbero potuti prendere in considerazione, come l’impresa, per esempio; la disponibilità delle informazioni relativamente affidabili sulla localizzazione degli individui nel mondo.

La variabile utilizzata per valutare la copresenza è quella della densità, che non è altro che l’inverso della distanza media che separa gli individui.

La questione della scelta della metrica ha portato a una doppia risposta. Da una parte, la metrica euclidea è usata per il calcolo delle densità, in numero di abitanti per ettari. Ma è facilmente intuibile che questa metrica sopravvaluta le logiche territoriali, la distanze “a volo d’uccello”, e minimizza gli effetti di rete, e quindi il concorso apportato dalla mobilità e dalla telecomunicazione alla realizzazione della copresenza. Misurare le densità euclidee equivale insomma a considerare che le società siano fatte d’individui « immobili» e funzionino per gradi, senza spostamenti né comunicazioni a distanza. Se quest’approssimazione è accettabile per misurare delle densità rurali, essa non lo è evidentemente per affrontare il grado di copresenza che possono generare in seno ad una società le città e le reti (inter-)urbane. Abbiamo, dunque, raffigurato sulla carta il seminato delle città che contano più di un milione di abitanti insieme alle loro densità rispettive. La densità portata sul fondo degli Stati è, quanto a lei, la densità di popolazione dei paesi fuori agglomerazioni di milioni. Si tratta in somma, della «densità del resto», dal momento che i paesi che non contano agglomerazioni di milioni di abitanti sono di fatto considerate (in quanto tali) come caratterizzate da una copresenza poco marcata e poco strutturata dall’urbanità. In altri termini, il partito preso, è di scegliere come soglia di urbanità di livello mondiale l’agglomerazione urbana di un milione di abitanti.

            La carta prodotta utilizza un cartogramma della popolazione, ma si tratta di una carta «monostrato». Questo significa che le superfici dei dischi proporzionali sono alla scala delle superfici dei paesi, e che entrambi si addizionano, in modo che la superficie risulta equivalente alla popolazione totale del paese.

 

Resilienza delle densità, spazio individuale, culture urbane, logiche delle città

La carta ottenuta (carta 1) disegna così un fondo-carta per la mondializzazione che delinea una struttura complessa che indica le forze e le debolezze della macchina per fare della società.

Le densità «non urbane», quelle che raffigurano i piani che colorano gli Stati del mondo, si ripartiscono sul planisfero in un modo molto semplice da descrivere. Da una forte denistà in Asia, in particolare in India, delle densità medie e a volte importanti in Europa, delle densità deboli, salvo in alcuni posti, in America, l’Africa conosce quanto a lei, delle situazioni contrastanti. Se è senza dubbio un po’ esagerato considerare che si tratta di un’immagine delle densità rurali, il termine non urbano (o infra-urbano) risponde meglio le situazioni corrispondenti.

L’interpretazione di questa configurazione globale può fare appello a delle spiegazioni storiche vista la forte resilienza - la persistenza di un’eredità pesante che le società valorizzano oggi in un ruolo attivo e strutturante - delle strutture spaziali di popolamento, in particolare negli spazi rurali e infra-urbani. È così che, globalmente, una prima causa delle ripartizioni delle densità non-urbane riguarda soprattutto il coniugarsi di due logiche forti: l’antichità più o meno marcata della valorizzazione agricola del territorio, e i meccanismi più o meno favorevoli al mantenimento delle densità indotte da modo iniziale di valorizzazione. Questo secondo punto ha a che fare con il livello di sviluppo e, di conseguenza, al posto occupato dall’agricoltura nelle economie nazionali.

La forte densità asiatiche sono, come si sa, ereditate dalla realizzazione antica di un modo di produzione agricolo intensivo, che si ritrova nelle altre regioni del globo, e nelle quali la produzione agricola occupa un posto importante (il caso delle isole è più delicato da tratte globalmente).


All’altra estremità della scala delle densità, quelle del continente americano e di una parte dell’Europa, piuttosto deboli, risultano da una valorizzazione tardiva e/o da una modernizzazione accresciuta dell’agricoltura, settore d’attività esso stesso economicamente poco strutturante.

Il caso di regioni d’Europa marcate da una densità piuttosto forte risulta, quanto a lui almeno, attraverso il tramite cartografico come un tracciato di piccole città di meno di un milione di abitanti essendo contato nella densità dei paesi, che è allora caratterizzato da una densità urbana. Ciò non toglie che è possibile vedere in questa stato di fatto la resilienza di strutture di popolamento evocate in precedenza. Allo stesso modo, il gran numero di città milionarie che conta l’America del Nord esprime simultaneamente la forte urbanizzazione della regione e la debolezza delle densità rurale di un territorio en gran parte desertico.

La dimensione e la densità delle città di oltre un milione di abitanti permettono di completare questo primo approccio delle copresenza.

La struttura d’insieme che mostra la carte può essere interpretata come la coniugazione di tre fattori esplicativi, secondo delle combinazioni variabili. Il primo di questi fattori riprende in parte l’interpretazione delle densità nazionali poiché si tratta del livello di sviluppo. In effetti, è questo tramite di lettura che disegna la logica più semplice e la prima che produce la lettura della carta: la densità delle città è legata a quella dei livello di sviluppo delle zone nelle quali esse si trovano. Più questo livello è alto, più la densità urbana è debole, il che, visto al contrario, significa che lo sviluppo corrisponde al fatto che gli individui dispongono ognuno di più spazio. In termini di copresenza, l’interpretazione deve essere attenuata, poiché si tratta qui di una misura euclidea della densità. Una debole densità urbana può essere compensata da buoni trasporti urbani in grado di ridurre le distanze-tempo, e al contrario una forte densità urbana in un paese poco sviluppato può andare di pari passo con dei trasporti pubblici inefficienti e dei tempi di trasporto intra-urbani limitanti.

Ciò detto, è possibile notare che la spiegazione attraverso lo sviliuppo non è completamente soddisfacente, nel caso di Tokyo, per esempio, sviluppata e densa. Una seconda chiave di lettura può allora essere identificata ricorrendo all’ipotesi che esistano delle culture urbane differenziate, che valorizzano più o meno la copresenza euclidea. Una seconda lettura della carta permette così di distinguere degli insiemi di città che compongono queste «aree di culture urbane». Si vede infatti, nettamente un’area indiana, che travalica nel MedioOriente, marcata da fortissime densità urbane. Si nota anche un’area dell’Asia sinizzata, che deborda dalla Cina, dalle forti densità urbane. Un’area nord-americana, estesa sul Brasile, di deboli densità urbane. Le altre regioni del mondo sono più «meticce». Si nota l’Europa, in cui due modelli distinguono l’Ovest dall’Est. Il caso dei continenti colonizzati, l’America latina e l’Afrcia, è quanto a lui, marcato da un dualismo che potrebbe esprimere la resilienza di modelli urbani importati dalle metropoli attraverso le potenze coloniali. Quest’ipotesi si trova, inoltre, rinforzata se la si completa con l’influenza locale contemporanea leggibile nelle densità dei paesi: le deboli densità urbane brasiliane e le forti densità urbane dell’America ispanofona sono il prodotto della coniugazione di forme urbane precolombiane (non essendo il Brasile urbanizzato allora), de l’import di modelli urbani europei differenziati, e del modo di «messa in valore» di questi spazi colonizzati. Ma questo tipo di spiegazione potrebbe anche funzionare bene rispetto alla metropoli giapponese dal momento che l’abitudine delle forte densità non urbane rende culturalmente accettabili le forti densità urbane tokyioite.

Infine, un terzo fattore esplicativo potrebbe completare la lettura della carta, per coglierne le variazioni di un terzo ordine, quello che Paul Claval definisce la «logica delle città». Infatti, in ogni sottoinsieme regionale, si può osservare l’esistenza di una relazione tra la dimensione della città e la sua densità: più una città è popolata, più è densa, e viceversa. Se gli altri due fattori esplicativi mascherano in parte questa logica endogena della crescita urbana, la si può almeno intuire nel contrasto di densità che esiste tra le grandi metropoli regionali e il tracciato delle città che le circondano.

Se questa carta della copresenza abbraccia solo in modo imperfetto un fenomeno polimorfo e centrale nella vita delle società, essa rivela almeno le grandi logiche mondiali che presiedono alla auto-produzione delle società. Il suo difetto euclideo non permette di collegare semplicemente la densità allo sviluppo, e di dedurre che questo è condizionato dall’esistenza di una copresenza che le densità della carta misuravano. Invece, adottando un punto di vista prospettivo, non è assurdo ipotizzare che le regioni poco sviluppate ma con forti densità, beneficino di un potenziale di copresenza spesso molto importante, e che lo sviluppo potrebbe appunto aiutare a realizzare. In questo senso, l’Asia conferma la sua posizione di continente del XXI secolo.

 

Mobilità

In quanto modalità di gestione della distanza, la mobilità partecipa in prima linea alla strutturazione dello spazio mondiale. Bisognerebbe riuscire a renderne conto cartograficamente. Ma la cartografia non può mostrare ciò che si muove se non in maniera imperfetta nello spazio euclideo della carta. Al di là di questo handicap fondamentale, la comprensione tecnica e fattuale della mobilità è resa difficile dall’inadeguatezza degli strumenti statistici, naturalmente orientati verso il conteggio di ciò che si può facilmente cogliere: ciò che non si sposta e ciò che rientra nell’ambito del controllo statale.

Migrazioni e turismo internazionale

Per preparare un fondo-carta della mobilità mondiale (vedi carta 2), bisogna rassegnarsi dunque a una tale situazione. Bisogna, tra l’altro, tentare di costruire una cartografia che faccia quadrato con il proprio oggetto: se si tratta di itinerari, la semiologia non può efficacemente renderne conto nella precisione delle loro direzioni senza incorrere nel rischio di produrre delle immagini illeggibili, e dunque inutili. Del resto, la direzione degli itinerari della mobilità molto raramente è determinante nella sua totalità, essendo piuttosto le tappe a costituire degli elementi chiave.

La scelta operata per costruire una carta della mobilità alla scala mondiale ha dunque privilegiato un approccio ben mirato, basato su una domanda precisa: in che misura e secondo quale logica un luogo del mondo è interessato, e quindi definito, dalla mobilità? Gli ostacoli rappresentati dalle fonti incrociati con la scala d’analisi hanno costretto a concentrare l’analisi sugli spostamenti degli individui (il che fa eco fortunatamente con la carta della copresenza). Siamo stati poi costretti a cogliere questi spostamenti attraverso le maglie nazionali, in mancanza di meglio (altre carte nel libro completano tuttavia l’approccio attraverso altre scale, si veda cap. 6).

Due variabili sono state selezionate al fine di comprendere a che punto le società nazionali sono riguardate dalla mobilità: le migrazioni internazionali, da un lato, e gli arrivi dei turisti, dall’altro.

 

Piattaforme girevoli, confinati, apertura al Mondo

Contrariamente a una certa abitudine, non si è scelto di affrontare in primo luogo la questione migratoria attraverso i saldi migratori (migrazione netta, entrate meno uscite). Questa abitudine permette di redigere un bilancio delle entrate e delle uscite dai territori, ma essa produce un’immagine della migrazione che valorizza i luoghi più emblematici dell’emigrazione o dell’immigrazione, i punti di partenza e di arrivo, sottovalutando le “piattaforme girevoli”, degli snodi, della mobilità migratoria, là dove le entrate e le uscite si equilibrano. Rapportato alla popolazione dei paesi, il saldo migratorio non indica gran che di più del contributo delle migrazioni alle evoluzioni demografiche. Si è dunque preferito utilizzare un’altra variabile dal momento che essa si presta meglio alla cartografia e rende meglio la relazione tra migrazione e società: il tasso di migrazione totale. Si tratta della somma degli immigrati e degli emigrati di un paese rapportata alla popolazione del paese stesso. Il numero di migranti può essere considerato come un numero di “movimenti” valutando così l’ampiezza del fenomeno migratorio. Il rapporto con la popolazione permette di comparare l’ordine di grandezza della popolazione migrante con quello delle popolazione del paese. È questa variabile che abbiamo usato per disegnare delle sfere proporzionali a ciò che dev’essere considerato come un indicatore quantitativo, facendo così apparire nettamente sulla carta i luoghi riguardati dalla mobilità migratoria. Avendo in questo modo ponderato l’importanza visiva dei luoghi del mondo rispetto al fatto migratorio, li abbiamo colorati in modo da distinguere e graduare luoghi d’immigrazione e luoghi di emigrazione, attraverso il tramite del saldo migratorio.

La carta rivela quindi uno spazio migratorio mondiale che raramente si ha occasione di vedere. Infatti, si distingue nettamente tutta una serie di piccoli paesi la cui economia per alcuni riposa sulla loro capacità di attirare manodopera a buon mercato (petrolmonarchie del Golfo per esempio) o qualificata, se non addirittura detentori di capitali (Svizzera, Lussemburgo, Australia, Paesi baltici…), per altri invece, il cui destino è strettamente legato a quello che ricaveranno dall’emigrazione di una parte significativa della loro popolazione in termini di messa in rete (nei Caraibi, in Africa occidentale, nell’Europa orientale, in Medio Oriente ecc.). Un approccio geografico che collega paesi di emigrazione e paesi d’immigrazione permette inoltre di scoprire dei sistemi regionali, come nel caso dell’Africa occidentale, le cui migrazioni sono polarizzate dalla Costa d’Avorio, o dell’America latina verso gli Stati Uniti e il Canada; delle configurazioni che fanno eco ai grandi flussi migratori conosciuti d’altra parte dagli specialisti.

Al contrario, i grandi paesi - i pesi forti demografici e economici - appaiono per la maggior parte poco toccati dalla mobilità migratoria: per esempio, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania. Se le questioni migratorie al loro interno hanno un ruolo politico determinante, è perché si tratta di società in seno alle quali la politica prende sul serio l’individuo nella sua appartenenza al corpo sociale, in termini di solidarietà in particolare.

La situazione non è, al contrario, la stesa per i paesi quasi assenti dalla carta, le cui popolazioni, troppo povere o troppo deboli per andare via, o troppo lontane da una cultura della migrazione, sono confinate in casa e non vedono spesso nuove persone al loro interno: una gran parte dell’Africa, la Cina, l’India, la Russia, una parte dell’America latina…

Visto e considerato che le migrazioni internazionali non riassumono da sole la mobilità alla scala mondiale, è apparso utile raffigurare in prospettiva di questa prima informazione un indicatore di un grado di accoglienza del Mondo. Il numero di arrivi dei turisti per Stato, soggetto a strumenti statistici importanti, fornisce comunque un’indicazione interessante poiché dà conto di una componente essenziale della mobilità planetaria - il turismo. Esso esprime anche la capacità che hanno le società di accoglienza di trovarsi un ruolo nel funzionamento di un Mondo fatto da interdipendenze, e a fare in modo che questo ruolo sia fondato su un’identità culturale la cui alterità interessa o su un’offerta qualitativa singolare in materia di accoglienza turistica. È possibile notare, tra l’altro, che una delle specificità della mobilità turistica, che giustifica la sua presa in considerazione in quanto tale, è che la sua ampiezza, calcolata attraverso il numero di turisti, non intrattiene nessun rapporto di proporzionalità necessaria con la popolazione del paese di accoglienza. Sul piano locale, il numero di turisti è un dato sufficiente per proporzionare l’offerta. Sul piano nazionale, un paese non attira un numero di turisti stranieri in proporzione alla sua popolazione, ma piuttosto in funzione del numero e della dimensione dei luoghi turistici di cui dispone. Del resto, la cifra delle entrate turistiche internazionali trascura il turismo interno, che è senza dubbio molto maggioritario e molto mal misurato nei paesi ricchi e popolati.

La carta delle entrate dei turisti mostra così quali sono i grandi paesi di accoglienza. Nell’ordine: la Francia, la Spagna, gli Stati Uniti, l’Italia. Il caso della Cina va affrontato con cautela, a causa dei viaggi di affari spesso coperti da visti turistici, anche se non bisogna sottovalutare la reale attrattività turistica del paese. Altri paesi occupano delle posizioni intermedie, se non modeste. Ma i più interessanti sono i paesi che accolgono meno di un milione di turisti. Cioè quelli che non sono turistici a scala del Mondo, o che non possono esserlo se non per un numero molto limitato di siti emblematici (Machu Pichu in Perù, Angkor in Cambogia…). Le società di questi paesi non sono ancora riuscite a utilizzare la mobilità per prendere parte alla mondialità. Ma il confronto delle carte delle due mobilità, migrazione e turismo è ancora più istruttivo. Le entrate di turisti sono state messe in “risonanza visiva”i con i paesi d’immigrazione attraverso un colore simile. La constatazione è chiara: il turismo e l’immigrazione non sono estranei l’uno all’altro, ma ancora più nettamente le popolazione confinate non hanno visite al banco del turismo….

Tele-comunicazioni

Se la mobilità è difficile da cartografare poiché risponde prima di tutto a delle logiche di rete, la tele-comunicazione, in quanto modalità di gestione della distanza, aggiunge a questa difficoltà quella della presa in considerazione dell’immaterialità. Se la mobilità può essere affrontata attraverso la materialità degli spostamenti, le modalità tecniche dell’intermediazione informazionale sono così numerosi e polimorfi che è difficile utilizzarli come punti d’entrata nel “pianeta telecomunicazionale».

L’ambizione di questo terzo fondo-carta (si veda carta 3) della mondializzazione incita a prendere un’altra via. Si tratta, in definitiva di mettere in evidenza una geografia, quella delle relazioni sociali che possono stabilirsi sulla base di una condivisione d’informazione;   dal momento che l’ubiquità informazionale può essere letta come una riduzione della distanza tra gli individui, e come un mezzo di ottimizzare mobilità e copresenza.

 

Frontiere linguistiche e Wikipedias

È stata fata la scelta di delineare una carta che permettesse di apprezzare la maniera in cui le differenti regioni del Mondo arrivano a gestire la produzione, la diffusione e la condivisione dell’informazione. Questo punto di partenza poteva aprire su dei trattamenti molto diversi. Ci è sembrato tuttavia importante valorizzare certi aspetti della problematica informazionale che sono in stretta relazione con dei tratti caratterizzanti il momento della mondializzazione contemporanea. Innanzitutto, l’ingresso nella “società della conoscenza”, la quale valorizza strategicamente i saperi tecnico-scientifici ma anche culturali. In seguito, il fatto che delle nuove tecnologie dell’informazione e della tele-comunicazione (le TIC) fanno entrare la tele-comunicazione in una nuova era, permettendo a questa modalità di gestione della distanza di mettersi alla pari con la mobilità e la copresenza. La carta della tele-comunicazione doveva condurre lo sguardo sul modo in cui le società utilizzano le TIC per condividere l’informazione perseguendo simultaneamente due obiettivi complementari: rinforzare le identità culturali e agire efficacemente sul Mondo, cioè di costituire gli individui in attori di mondialità.

Per questo, abbiamo deciso di cartografare la tele-comunicazione attraverso l’associazione di due informazioni. La prima raffigura l’area di estensione delle dieci lingue più usate su Internet. Riportare questa informazione su un cartogramma della popolazione permette di rendersi conto del peso demografico di ognuna di queste lingue. L’idea sottostante è che, a parte qualche caso significativo tipico delle dittature che controllano l’accesso all’informazione, nel Mondo informazionale, le sole frontiere che restano sono quelle che mantenute dalle “barriere della lingua”. La carta tenta quindi, avvicinandosi alle approssimazioni statistiche, di disegnare i contorni geografici di dieci principali universi linguistici che dividono il pianeta tele-comunicazionale.

Questa carta somiglia molto a una carta delle lingue del mondo, tanto da mettere l’accento sulle lingue veicolari, e quindi sulla condivisione dell’ informazione. D’altronde, sono raffigurate in grigio le aree di estensione delle altre lingue, dando per inteso che l’inglese globish resti l’idioma veicolare del Mondo mondializzato.

La seconda informazione che fornisce la carta è più complessa e più ricca. Si tratta di raffigurare geograficamente la dimensione delle circa duecento trenta Wikipedia di lingue diverse generate dal progetto mondiale Wikipedia di enciclopedia collaborativa su Internet [Beaude, 2004]. Nella misura in cui è stato possibile associare Wikipedia a una regione amministrativa o a un paese del Mondo in funzione dell’area d’origine della sua lingua, si è dunque raffigurato il suo numero di articoli attraverso la dimensione delle sfere, il cui colore è o quello di una delle grandi lingue di Internet, o un altro colore non utilizzato sul fondo-carta. Wikipedia inglese, come lingua veicolare di Internet, non è stato localizzato precisamente ma solamente raffigurato per fornire un campione (anche il Wikipedia “inglese basico” è stato raffigurato). Si sono trascurati alcuni Wikipedia senza localizzazione univoca possibile (yiddish, volapük...).

 

Accesso all’universale, liberazione culturale, Emergenza politica

La carta sorprendente che si ottiene combinando questi due strati di informazione permette di evidenziare la dimensione spaziale della tele-comunicazione al tempo della mondializzazione articolando le logiche di accesso ai saperi strategici e quelle dell’affermazione culturale e politica. Alla testa del gruppo delle dieci lingue più utilizzate su Internet, le situazioni sono innanzitutto differenti. Eccettuato Wikipedia in lingua inglese, bene pubblico mondiale a vario titolo, si deve in primo luogo constatare l’appropriazione equivalente del ciberspazio del sapere da parte dei paesi europei: Francia, Germania, Italia, Spagna, Portogallo. Queste edizioni godono di contributi che oltrepassano ampiamente l’ambito delle nazioni d’origine di queste lingue, soprattutto nel caso delle vecchie potenze coloniali, come mostrano l’informazione trasmessa dalle tinte di colore. La situazione dei paesi asiatici è, invece, diversa. In modo simile alla Germania, il Giappone e la Corea, sebbene non possano appoggiarsi su un impero linguistico come le vecchie potenze coloniali europee, hanno sviluppato dei Wikipedia di dimensione conseguente, il che segna il pieno ingresso di queste società nella “società dell’informazione”. Al contrario, Wikipedia cinese ha una dimensione molto ristretta rispetto al numero di lettori della scrittura cinese, e lo schema è comparabile per il Wikipedia in lingua araba, a causa di una vera e propria capacità di appropriazione individuale libera dell’oggetto.

Un secondo tratto di questa carta non trascurerà di sorprendere: la costituzione dei Wikipedia nazionali in gran parte, in particolare per i paesi europei. Decisamente la mondializzazione non è quest’impresa di abolizione delle differenze che si dice, e Internet non abolisce le distanze. Al contrario, sembrerebbe che la mondializzazione, per quanto metta a disposizione degli individui ovunque nel Mondo uno strumento semplice e standardizzato, permette allo stesso tempo di rinforzare i mezzi di espressione delle identità nazionali. E la dimensione comparabile degli oggetti cognitivi così prodotti va di pari passo con un contenuto esso stesso comparabile tra un’edizione e l’altra, il che inscrive questo modo di procedere in un movimento di affermazione culturale che valorizza attraverso la traduzione un patrimonio cognitivo universale.

Ma il movimento non si ferma qui: oltre la costituzione di Wikipedia regionali di dimensione notevole, se non simile a quella dei Wikipedia nazionali. Questo terzo fondo-carta della mondializzazione evidenzia così l’emergere di identità regionali attraverso il tramite dell’appropriazione e della  gestione della distanza tele-comunicazionale. Il fenomeno è mondiale, più o meno avanzato secondo le regioni del Mondo. Se la colonizzazione dell’America latina e dell’Africa ha lasciato in eredità a questi continenti delle lingue veicolari accompagnate da una tradizione di repressione di regionalismi e delle rivendicazioni culturali “autoctone”, ovunque altrove il fiorire di Wikipedia regionali testimonia il dinamismo di culture dall’estensione spaziale infranazionale: Europa, Russia, Asia centrale, India, Cina, Indonesia, Filippine…

Bisogna forse intravedere in quest’ultimo fondo-carta della mondializzazione una prefigurazione? Se non è proprio il caso, dal momento che la tele-comunicazione non può tutto, è invece probabile che quest’immagine del Mondo sia senza dubbio una di quelle che affronta meglio le condizioni di possibilità della società-Mondo in divenire.

 


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