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Dividere il Mondo

Contrariamente a quanto affermava Roger Brunet [1993], basandosi su un’epistemologia composita che teneva insieme la capra vidaliana e il cavolo positivista, lo spazio non si ritaglia da solo. Noi, attori sociali, lo ritagliamo, in una doppia prospettiva pragmatica e cognitiva. Quello che era eventualmente concepibile alla fine della guerra fredda non lo è assolutamente più oggi. Lo studio del Mondo, cioè di un mondo mondializzato, rende infatti una simile postura obsoleta. Crediamo di aver capito nel frattempo che nessun dio ci dona i concetti, e che dunque ogni distanza è relativa a un problema, ogni frontiera è relativa a una posta in gioco, e che ogni ritaglio presuppone un ritagliatore. Quali sono i suoi arnesi e i suoi metodi? Quali ritagli del Mondo essi permettono?

« Je n’expliquerai pas aux écoliers français que les frontières de l’Europe sont avec l’Irak et la Syrie ; et quand on aura fait du Kurdistan un problème européen, on n’aura pas fait avancer les choses. […] Ceux qui sont les adversaires de l’Europe politique sont pour l’élargissement sans fi n de l’Europe. Parce que l’élargissement sans fi n de l’Europe empêche la réalisation de l’Europe politique. Je suis pour l’Europe politique. Donc je préfère qu’on dise aux Turcs : vous allez être associés à l’Europe, on va faire un Marché commun avec vous ; mais : vous ne serez pas membres de l’Union européenne pour une raison très simple, c’est que vous êtes en Asie mineure. »

Nicolas Sarkozy, lors du débat d’entre-deux-tours de l’élection présidentielle,le 2 mai 2007, face à Ségolène Royal.

 

Contrariamente a quanto affermava Roger Brunet [1993], basandosi su un’epistemologia composita che teneva insieme la capra vidaliana e il cavolo positivista, lo spazio non si ritaglia da solo. Noi, attori sociali, lo ritagliamo, in una doppia prospettiva pragmatica e cognitiva. Quello che era eventualmente concepibile alla fine della guerra fredda non lo è assolutamente più oggi. Lo studio del Mondo, cioè di un mondo mondializzato, rende infatti una simile postura obsoleta. Crediamo di aver capito nel frattempo che nessun dio ci dona i concetti, e che dunque ogni distanza è relativa a un problema, ogni frontiera è relativa a una posta in gioco, e che ogni ritaglio presuppone un ritagliatore. Quali sono i suoi arnesi e i suoi metodi? Quali ritagli del Mondo essi permettono?

 

EPISTEMOLOGIA DEL RITAGLIO

La suddivisione del Mondo è in contraddizione con l’idea della sua unità? Bisogna innanzitutto ricordare che studiare il Mondo, fu a lungo e prima di ogni altra cosa suddividerlo in pezzi.

 

LE FORBICI DALLA PUNTA ROTONDA DEL PARADIGMA DELLA COMPLESSITÀ

Come se la geografia non sapesse fare altro che ritagliare: una geografia che lavora è una geografia che ritaglia. Quest’idea è senza dubbio falsa. La produzione di conoscenze geografiche passa tanto per un lavoro di delimitazione che per quello di un’intelligenza delle situazioni sociali. Ma è anche vero che la specificità del sapere geografico deriva dal suo interesse prioritario per la dimensione spaziale delle situazioni sociali. Ora, la geografo deve riconoscere che egli non ha sempre saputo gestire la sua passione per lo spazio, e che quest’ultima lo ha condotto a dei vicoli ciechi, fra i quali  in primo luogo figura una mancanza di discernimento e di distinzione tra le idee e le realtà, tra le rappresentazioni e i fatti, tra la carta e il territorio. Il peccato originale del geografo è nella cartografia, nel momento in cui questa lo porta a mostrare della sua attività solo un sottoprodotto immaginato. Una tecnica contestualizzata il cui effetto di verità è così potente da non premettere di lasciar supporre l’esistenza di un lavoro e di un pensiero. Dunque, il geografo è utile poiché egli prepara delle carte, sulle quali riporta con precisione dei tracciati, delimitando a colpo sicuro la geografia dei fenomeni sociali e naturali. Tale è, lo si può affermare senza rischio, la visione popolare del geografo del XIX  e del XX secolo: un ritagliatore di territori, non un pensatore dello spazio.

 

Ritagliare: dal riflesso alla riflessione

Bisogna riconoscere alla corporazione geografica il suo recente sforzo di riequlibrio; se si vuole ammettere che la geografia contemporanea si è inscritta da una trentina di anni a un corso di recupero in scienze sociali, e che essa comincia infine a ottenere dei risultati onorevoli in questa disciplina, allora bisogna anche studiare i geografi del momento, e ascoltare quello che hanno da dire del Mondo e l’intelligenza che ne hanno. Se si compie questo sforzo, si constata che la geografia pensa oggi il Mondo in una maniera molto diversa dal passato: nelle sue interazioni piuttosto che nelle sue divisioni e con poche carte .

La geografia dell’inizio del XXI secolo si è in realtà riformata quanto ai suoi concetti fondamentali, e si è in parte staccata dall’ascendente che aveva su di lei la teconologia cartografica. Vedremo in seguito perché questo doppio movimento è necessario alla concezione del Mondo. Tuttavia, la competenza che il discorso geografico stabilisce riguardo alle ripartizioni dello spazio non deve essere più tenuta in considerazione.

Conviene piuttosto chiedersi a quali condizioni è possibile, utile e auspicabile orientare la riflessione geografica sulla via delle ripartizioni territoriali. E al contrario, bisogna sapere contenere la sete dei limiti. Si tratta di passare da una pratica di ritaglio riflesso a una riflessione sul ritaglio.

Per fare ciò, una prima tappa permette di stabilire un fondamento razionale al ritaglio del Mondo: la divisione di una cosa afferma l’esistenza di questa stessa cosa. Dal momento in cui si ammette che, in un mondo di attori, per quanto diversi essi siano, i ritagli sono prodotti sociali, bisogna allora ugualmente ammettere che l’atto di ritagliare è una maniera di affermare l’esistenza di un “ritaglio”, sebbene quest’oggetto non esista se non simbolicamente e non acceda ad alcune materialità, né percezione.

Il Mondo, in quanto spazio unificato, esiste almeno come astrazione, dal momento in cui esso è soggetto a delle “manipolazioni” che ne suppongono l’esistenza. Si conosce l’efficacia simbolica delle astrazioni e la loro messa in immagine. Malgrado un’ignoranza profonda della forma materiale del mondo, si è comunque sviluppata molto presto una cartografia del Mondo, quella delle carte T in O per esempio. Questo dimostra che non c’è bisogno di avere un’idea chiara della totalità per delineare una partizione, purché un discorso giustificatore credibile lo accompagni. In questa prospettiva, l’unità del Mondo non è rimessa in discussione attraverso l’impresa del suo ritaglio. Al contrario, l’idea di una partizione, procede in realtà da una volontà più semplice di distinzione, alla quale bisognerà dare una dimensione spaziale che si tradurrà nella definizione di estensioni geografiche (continenti, aree, regioni, territori…) e di un ambito generale (mondo, terre emerse, pianeta…). Il ritaglio del Mondo non è dunque un atto scientifico che procede da un approccio cartesiano che mira a dividere un tutto costituito in parti sempre più piccole e più semplici. L’approccio è inverso: si tratta di costituire un tutto assemblando delle parti le cui relazioni si sono definite a priori, il tutto in un quadro che può essere esso stesso definito a priori indipendentemente dalle parti. Il ritaglio del Mondo si comprende meglio come una sintesi che come un’analisi.

Ciò che può portare ad ammettere una simile ipotesi, certo contro intuitiva, è l’approccio stesso che anima lo studio geografico della mondializzazione e del Mondo: il tutto non è dato a priori, è oggetto da costruire, dal momento che la sua diversità interna e la sua complessità rendono comunque impossibile e inutile ogni tentativo di partizione semplice e monodimensionale. Per dirla diversamente: un simile tentativo equivale de facto a tenere un discorso particolare sul Mondo.

Ora, è proprio su quest’ostacolo che si scontra innanzitutto l’epistemologia del ritaglio del Mondo: l’illusione della neutralità. Per essere utile, il ritaglio deve risultare da una costruzione. E si sa che questa guadagna dal non dipendere dall’automatismo se vuole poter cogliere quello che emerge, e ciò che il Mondo produce di specifico. Fare del Mondo una griglia di Stati non è quindi la maniera migliore di cogliere le logiche di mondializzazione che sfuggono, per la maggior parte, alla geopolitica, cioè alla spazialità delle relazioni interstatali. È inoltre, per questa ragione precisa che le geografie universali non sono delle geografie mondiali.

L’opzione descostruttiva può al contrario rivelarsi un escamotage utile per chi ha difficoltà ad entrare direttamente in un ritaglio del Mondo. Dopo l’esercizio di decostruzione della prima dell’evidenze, un Mondo di Stati, ci si eserciterà per esempio alla decostruzione del Mondo di continenti. Non è difficile a questo riguardo scovare qui e là, nella letteratura specialista o nei ragionamenti del quotidiano, le tracce della costruzione di questa griglia di lettura pure cosi fortemente ancorata negli immaginari, ma la cui utilità nelle riflessioni sul Mondo è assolutamente incerta. Le aporie del continente hanno tra l’altro fatto qualche vittima, un certo Joël Bonnemaison [Bonnemaison, 1995, pag. 246], a proposito dell’Australia: “L’Australia è fuori dalle comuni misure; per i suoi 7.868.864 km2, è la più grande isola al Mondo, o il più piccolo dei continenti: grande quanto gli Stati Uniti se si esclude l’Alaska; 14 volte la Francia o 5 volte le isole britanniche. Essa occupa da sola l’85% della superficie delle terre emerse dell’Oceania.” C’è di che essere sconvolti dalla geometria variabile dei continenti, dal numero tra l’altro fluttuante (cosa fare dell’Antartico?), e che traduce in realtà una debolezza concettuale utile soprattutto ai giochi di parole. Né l’etimologia della parola – continens, che evoca la continuità- né l’origine storica, (Erodoto distingue tre parti “continue” del mondo: Europe, Asia, Libia), aiutano sfortunatamente a cambiare questa scorretta interpretazione. I continenti non servono a niente nella comprensione del Mondo contemporaneo. Nella migliore delle ipotesi, essi facilitano la localizzazione, quella di un luogo in una parte del Mondo; nella peggiore essi contribuiscono a mantenere un ordine del Mondo non esente da giudizi e ideologie.

Cosa pensare allora degli altri significati e delle altri varianti dell’approccio continentale del mondo? Innanzitutto la sua accezione generica: il continente è relativamente meno insulare, poiché l’Irlanda designa l’Inghilterra come il “continente”, l’Europa per l’Inghilterra…ma ancora, quid dei suoi derivati: sotto-continente indiano, sub-continente indiano, quasi-continente indiano? Questi appellativi si appoggiano sull’idea di dimensione, di massa, senza gran rapporto con la designazione delle terre emerse. La nozione di continente non ne esce per questo epistemologicamente rinforzata, ma piuttosto dissolta.

La serie di esercizi di decostruzione delle ripartizioni canoniche del Mondo è lunga. Ci sono tanti argomenti, in ordine sparso: l’Oriente, l’opposizione Oriente/Occidente, l’Occidente, l’Asia, l’Africa, le Americhe, il Sud, i Sud, le aree culturali dei cultural studies, le aree di civiltà definite da Samuel Huntington ecc. Ci si è tutti resi conto che non basta indicare i limiti di una norma – esercizio facile – per dissuaderne dall’uso. Si tratterebbe, più prioritariamente, di incitare a un uso controllato piuttosto che a un controllo dell’uso. Parlare del Mondo concependolo attraverso i suoi Stati può risultare utile, dal momento in cui il discorso non abbia la pretesa di riassumere su questa base il funzionamento del Mondo. Ma al di là di questa attenzione portata agli usi, della raccomandazione di una certo distacco rispetto al discorso geografico vernacolare e ai suoi riflessi, ci si può attenere a un’altra pratica del ritaglio: concepirlo come un’articolazione tra due livelli di analisi, che potremmo chiamare “scale”, e spostare lo studio su quest’articolazione così come sui livelli così distinti. Detto altrimenti, il ritaglio del Mondo concepito in quanto strumento che permette di cogliere la mondialità deve essere concepito nello spirito della  mondialità stessa, ponendosi nel punto di equilibrio tra il tutto e la parte, tra il Mondo e le sue suddivisioni. In questa prospettiva, la divisione del Mondo in Stati, chiave possibile dell’analisi della mondialità, sebbene parziale, deve derivare non da un approccio intitolato “gli Stati del Mondo”, ma piuttosto “il Mondo degli Stati”. Questa opposizione di formule sottolinea la specificità di un punto di vista secondo il quale gli operatori della partizione sono prima di tutto dei fatti sociali, nella fattispecie geografici, dal momento che la partizione essa stessa è definita tanto in estensione, attraverso il fatto sociale che chiamiamo “frontiere interstatali”, quanto in comprensione, attraverso queste strutture dell’organizzazione societale che chiamiamo “Stati”.

Ritagliare il Mondo per coglierne l’unità obbliga a concentrare la nostra attenzione sugli strumenti del ritaglio e di prenderli sul serio, e a considerarne lo spessore sociale al di là del loro ruolo formale, in particolare cartografico.

 

Disarticolazione di scale

L’incastro delle scale ha fatto il suo tempo. Esso partiva dal principio che l’importanza degli oggetti era in relazione diretta e proporzionale con la loro dimensione, calcolata tra l’altro attraverso il tramite della superficie. Ora, nel mondo contemporaneo, questa relazione si è da un lato ribaltata sotto l’effetto dell’urbanizzazione delle società: sono gli oggetti poco estesi ma densi che contendono il potere ai territori la cui potenza riposa sulla presa (influenza) spaziale, a cominciare dagli Stati. Presa spaziale che significa presa sociale nel caso degli stati westfaliani bellicisti, che si danno i mezzi militari della loro potenza. In un simile mondo, i livelli di ritaglio non coincidono più con la dimensione delle maglie della carta. Una regione amministrativa o un’agglomerazione possono competere in importanza con uno Stato desertico, un quartiere di Johannesburg può fare concorrenza all’intera Africa. A partire da lì, a quale(i) scala(e) bisogna ritagliare il Mondo?

L’idea di incastro delle scale andava di pari passo con quella di una complessità crescente degli spazi in ragione della loro estensione. Ciò che è grande (esteso) è importante e complicato, più importante e più complicato di ciò che è piccolo. Tuttavia, due categorie di fatto permettono di mettere in dubbio la perennità di un simile ragionamento senza ombre. La prima tocca ancora una volta le questioni urbane, continuando le osservazioni precedenti. Infatti – nella misura in cui si può definire il fatto urbano come l’associazione della densità e della diversità secondo una modalità societale (una città è una società, un villaggio una comunità) e copresenziale (la città subordina mobilità e telecomunicazione a una densità attraverso la copresenza) –, non solo gli oggetti urbani sono per definizione poco estesi, ma essi sono in essenza complessi, per quanto essi fondino la loro esistenza su una diversità interna produttiva. Per loro stessa natura, i luoghi della governance mondiale si appoggiano su una base territoriale poco estesa, e in ogni caso senza comune misura con quella delle relazioni internazionali. La potenza geopolitica suppone al contrario la congiunzione di un territorio relativamente grande, cioè con una popolazione numerosa (suscettibile di essere messa al servizio di uno sforzo militare), ma che forma un tutto unificato, cosa possibile solo de valorizzando in una certa misura la diversità dell’insieme attraverso l’attivazione di funzionamenti comunitari e olistici, in primis il sentimento nazionale.  A sostegno di questa configurazione che valorizza la distesa e l’omogeneità, arrivano poi i fattori reticolari e topologici della geopolitica che compensano parzialmente le debolezze territoriali: situazione strategica (controllo degli stretti per esempio) e territorio imprendibile (isola autosufficiente, continente isolato, territori-fortezza, frontiere naturali).

Il secondo tipo di obiezione costituisce la constatazione della configurazione geografica dei nodi geopolitici del mondo contemporaneo. Vicino Oriente, Medio Oriente, Afghanistan, Kashmir, Corea del Nord… e prima di questo, gli spazi periferici dei conflitti armati della guerra fredda (Vietnam, Afghanistan, Corea…). Su tutti questi “teatri d’azione mondiali”, la territorialità di conflitti di una violenza raramente raggiunta si dispiega su piccole distese e in spazi di grande complessità, intesa in termini di diversità culturale, religiosa, ideologica, politica, etnica, di sviluppo, di ricchezze. Gli spazi che contano per l’avvenire del Mondo sono dunque piuttosto degli spazi complessi, sottomessi a dei giochi d’influenza interni ed esterni ingarbugliati e di dimensione ristretta. Che ciò avvenga bene (città mondializzate) o male (conflitti periferici), diciamo che i luoghi in cui si gioca il Mondo, la sua integrazione come la sua integrità, sono dei territori poco estesi e poco visibili sul planisfero. Quale posto bisogna allora loro conferire in un pensiero del Mondo che vorrebbe, per meglio comprenderne le logiche di fabbricazione, identificarne le parti?

Per rispondere, bisogna andare oltre nell’analisi e considerare, al di là delle questioni di dimensione e di complessità degli spazi, le strutture spaziali di potere. Incastrando le scale, l’approccio classico incastra i poteri. D’altronde, il modello francese di organizzazione territoriale del potere non è  estraneo a quest’approccio, che, in un certo modo, vede il Mondo come un grande paese, e dunque, di conseguenza, come un concorrente sul campo dei valori e dei principi fondanti l’appartenenza individuale. Donde senza dubbio quest’espressione ambigua che ha avuto tanto successo: “cittadino del Mondo”- resta da inventare la cittadinanza che la accompagna.

Se la spazialità del Mondo non è quella di un grande paese, significa che essa è più complessa almeno per due registri. Innanzitutto, il peso e l’influenza delle trame di scale differenti non sono in relazione semplice con questi livelli di scala sull’insieme del globo. Ma ciò è vero anche tra differenti regioni del pianeta. Se può sembrare che il livello stato nazionale sia oggi uno degli elementi chiave dell’organizzazione del Mondo, esso non ha tuttavia la stessa importanza in un contesto europeo, nordamericano oppure asiatico (Cina e India principalmente). La capacità organizzativa degli Stati può dipendere da una debolezza problematica nell’Africa sub sahariana, mentre il processo di costruzione storica in Europa è impigliato nella trama statale del vecchio continente. Il caso degli Stati Uniti, più generalmente dei grandi Stati federati, mette in evidenza, attraverso l’ambiguità semantica del termine, l’esistenza di due strati di tipo statale ma associati. Una configurazione che non è per niente simile all’incastro amministrativo francese, a causa della grande autonomia degli Stati federali e del loro peso in quanto in tali in seno alla struttura di governo nazionale (ogni Stato è rappresentato in quanto tale al Senato americano da due Senatori, mentre il Senato francese rappresenta i dipartimenti in proporzione alla loro popolazione di eletti, attribuendo così un peso più debole all’elettorato urbano).

La grande eterogeneità nella pertinenza di un livello di scala e di una data maglia dovrebbe perciò spingere a cercare in altri livelli di scala quei territori istituiti che giocano un ruolo significativo nel Mondo. C’è un interesse certo ad appoggiarsi su queste strutture politico-amministrative nella misura in cui esse possono costituire uno strumento di controllo territoriale effettivo, al di là della loro funzione amministrativa, se non solamente statale. In una certa misura, lo spettro degli oggetti rispondenti a questo criterio è molto largo, andando dall’equivalente del comune, per quelle che abbracciano delle agglomerazioni intere (in Cina in particolare), alle unioni regionali fortemente istituzionalizzate quali l’Unione europea. Il problema che si pone è dunque piuttosto quello della selezione delle unità geografiche più adatte all’obiettivo di un ritaglio dello spazio mondiale secondo una trama multi scalare. Una soluzione consiste nel considerare solo le unità spaziali che, nella loro categoria (comune, provincia, regione, paese, federazione…), oltrepassano una soglia di popolazione data. Poiché la disponibilità delle cifre di popolazione necessarie a questa selezione può rivelarsi problematica, una variante interessante, ad un livello di analisi più approfondito, è quella che si accontenta di selezionare le unità spaziali in funzione del fatto che esse accolgono al loro interno delle agglomerazioni quantitativamente importanti e più facilmente identificabili.

D’altronde, l’incastro delle scale non si accorda bene con una configurazione geografica pure sempre più determinante: l’appartenenza concorrenziale. Con questa espressione s’intende che un numero crescente di luoghi  fa apparire diversi insiemi geografici di livello o di importanza comparabili, e che il loro avvenire si basa sulla concorrenza che essi attivano tra questi insiemi. È, infatti, possibile parlare di una parentesi westafaliana nella storia delle società occidentali, tra il 1648 e il 1945, la cui logica spaziale fu quella di gerarchizzare le appartenenze, situando l’appartenenza statale all’apice della gerarchia e subordinanodole tutte le altre, a prescindere dalla loro dipendenza da poteri territoriali locali o regionali, da aree d’influenza, da reti commerciali o di sapere. La lenta agonia del mondo westfaliano non corrisponde alla fine della geopolitica e più in generale degli Stati, ma a una ricomposizione della gerarchia, aumentando l’orizzontalità autoregolata del sistema a svantaggio di un funzionamento verticale regolato da uno dei suoi attori. Lo Stato è oggi per certi luoghi un ricorso, un appoggio, per altri una minaccia, per altri ancora uno strumento di redistribuzione. Secondo i casi, i luoghi possono scegliere con più o meno grande latitudine il posto che essi conferiscono allo Stato nella definizione di ciò che essi sono e della maniera in cui si producono, mettendolo eventualmente in concorrenza con altri sistemi di appartenenza dalle basi geografiche differenti. Il luoghi del patrimonio mondiale offrono un esempio di questa de-gerarchizzazione delle appartenenze. Certo, la loro iscrizione sulla lista del patrimonio mondiale è cosa degli Stati. Oltre alla dichiarazione di principio che sancisce la loro appartenenza “a tutti i popoli del mondo”, la loro gestione impegna gli Stati sotto la tutela dell’UNESCO, il che costituisce una prima concorrenza. Inoltre, la messa in turismo che accompagna la classifica dei luoghi, attesa dagli Stati come strumento di sviluppo, connette questi luoghi ad altri spazi di respiro mondiale secondo delle modalità mondializzate, ciò di cui gli Stati devono tenere conto nell’esercizio della loro sovranità.

 

Alle frontiere del mondo urbano

Questi argomenti tendenti a relativizzare l’interesse dei ragionamenti in termini d’incastro di scale possono essere rinforzati spostando l’analisi sulla struttura stessa del popolamento del pianeta: uno dei tratti caratteristici della mondializzazione attuale è il fatto che la maggior parte degli uomini sono degli “urbani”. Ritagliare il Mondo equivale così ad interessarsi alle ripartizioni indotte dall’urbanità contemporanea, tanto sul piano della delimitazione dello spazio che su quello delle sue divisioni.

Vale la pena esaminare prima di tutto due teorie geografiche classiche, il modello di Christaller e la legge rango-dimensione, per poter poi apprezzare il loro ruolo nei ritagli del Mondo. Il modello christalleriano [Christaller, 1933] può essere riassunto così: in uno spazio isotropo (la distanza è un ostacolo sociale identico in ogni punto), le città sono distanti le une dalle altre in proporzione alla loro importanza (valutata in termini di livello di servizi), componendo uno schema d’insieme fatto da esagoni “incastrati”. Un centro urbano occupa sempre il centro d un esagono costituito da città di rango immediatamente inferiore. Le critiche a questo modello sono state numerose, principalmente a causa di un’eccessiva approssimazione dei comportamenti individuali e della definizione di città – ridotta a una funzione commerciale. Tuttavia, l’idea fondante resta valida: l’importanza, e anche la dimensione degli oggetti urbani è legata alla distanza che li separa. Quello che pone problema, non sono tanto le ipotesi di partenza, necessariamente riduttive in vista di una modellizzazione. Una delle ipotesi spesso criticata è quella di uno spazio senza ostacoli che limita le relazioni tra le città. Ma quand’anche ciò si producesse, lo schema cartografico non ne sarebbe che deformato. E la dimensione delle città compenserebbe l’allontanamento, misurato tenendo conto degli ostacoli. In realtà, il problema non è l’isotropia, ma la continuità della distanza: nello spazio christalleriano, la distanza cresce e decresce regolarmente, il che provoca una trama esagonale dello spazio esso stesso regolare. La presa in considerazione di una distanza non lineare permetterebbe di ottimizzare l’adeguamento tra il modello e lo spazio che esso descrive. Se il problema è altrove, esso è piuttosto al livello della metrica utilizzata, esclusivamente topografica, cioè che descrive lo spazio come un insieme di distanze continue. Il che costituisce una buona approssimazione in una concezione soprattutto territoriale dello spazio. Ora, le anisotropie dello spazio geografico, cioè il fatto che la distanza varia in funzione della direzione, corrisponde a delle reti che possono “rivoltare” le distanze come un guanto capovolgendo l’ordine delle prossimità. Questo fenomeno è tipico delle reti urbane molto strutturate, quando la distanza-tempo che separa due centri è più debole di quella che separa uno dei due dalla sua periferia (comunque più vicino in distanza chilometrica di quanto lo sia l’altro centro). Detto altrimenti, il mondo urbano del modello christalleriano corrisponde ad una geografica strutturata attraverso un’armatura territoriale forte, innanzitutto regionale, e in un certa misura statale. È allora che introducendo una misura non euclidea della distanza nel modello christalleriano, non solo lo schema cartografico esagonale va in frantumi, ma la relazione fondamentale tra la dimensione delle città e la distanza che le separa è sottomessa a un numero potenziale di misure della distanza così grande che è praticamente impossibile dedurne  un modello generale.

Partendo da questo, la validità di un modello christalleriano deve essere compresa al contrario, nel suo reciproco. Non si tratta di ottimizzare l’adeguamento tra il modello e la realtà che esso vuole descrivere, ma piuttosto di ricercare nella realtà gli spazi di dimensione variabile che descrive correttamente il modello nella sua versione euclidea più semplice. Esso diventa allora uno strumento che permette di stimare il carattere euclideo dello spazio geografico, rivelatore per una parte dell’importanza relativa delle logiche territoriali che lo strutturano. La parte residuale dell’aggiustamento contiene poi ciò che sfugge alle metriche euclidee e alle logiche territoriali, e per una parte di esse, statali. Detto ancora altrimenti, questo approccio permette di precisare le scale alle quali lo spazio è fortemente strutturato più da  logiche di rete che da logiche di territorio. Ora, non si può fare a meno di constatare che in questo modo il mondo westafaliano appare più come un’eredità strutturante che come una forza geografica attiva. La capacità predittiva del modello chistalleriano è la migliore per gli spazi di piccola estensione, poco urbanizzati sul piano socio-economico, o fortemente amministrati e organizzati da un’autorità politica trascendente. Altrove, cioè sia nel mondo delle città che nelle grandi regioni in cui lo Stato westafaliano non è altro che uno dei possibili principi di appartenenza, le distanze reticolari determinano un’architettura complessa delle reti urbane che rende difficile, se non impossibile, qualsiasi lettura christalleriana dello spazio.

All’indebolimento di quest’approccio si accompagna anche quello degli approcci normativi espressi dalla legge rango-dimensione: in seno a una data regione, la dimensione delle città decresce regolarmente in ragione del loro rango nella gerarchia urbana regionale. Quello che si è appena sostenuto può essere applicato nello stesso spirito, per fare della legge rango-dimensione un criterio di determinazione di “regioni” che presentano un’armatura urbana coerente da un punto di vista christalleriano. Ora, là ancora, la dimensione di queste regioni tende a ridursi, e il loro contorno ad adottare dei tracciati sempre più complessi. I piani che disegna il grafico che illustra la legge rango-dimensione esprimono inoltre bene la giustapposizione di regioni coerenti (per esempio, le capitali di stati negli USA raggruppati in piani di popolazione sottolineano la giustapposizione di spazi politici coerenti alla scala degli Stati federali).

Ma questa legge mostra anche un altro fenomeno: la metropolizzazione. Infatti, contrariamente a quanto prevede il modello christalleriano, la dimensione delle città investite da un ruolo diverso da quello di centro economico regionale, è molto più importante di quanto si crede. Ciò si spiega con diversi fattori che, in termini christalleriani, rinvierebbero all’aspetto parziale della definizione della città – più che un centro di servizi -, ma che possono anche essere più in generale interpretati come il segno di limiti di un modello territoriale che sottovaluta sia i fattori reticolari che quelli endogeni della crescita urbana. La città è il luogo di insediamento di attività la cui rarità determina la ripartizione geografica, ciò che determina, in proporzione dei flussi che li attraversano, la dimensione delle città. Ma quest’ultima dipende comunque dalla sua logica interna di autoproduzione, tanto efficace quanto più la città è in grado di gestire la sua urbanità e la sua capacità di trarre vantaggio dalla propria partecipazione a una rete di città. Il modello westafaliano ha così promosso le città capitali sotto l’effetto della metropolizzazione. La loro crescita straordinaria derivava allo stesso tempo dalla concentrazione di funzioni nazionali che spesso andavano ampiamente al di là dell’ambito regionale della logica christalleriana, da funzioni internazionali che le collegavano ad altre capitali del mondo, e dalle capacità di sviluppo accelerato conferite dall’aumento di urbanità che caratterizza i “punti di incontro” così costituiti. L’esempio parigino è un archetipo di questo modello di evoluzione, e anche se altre situazioni non sono così emblematiche, la metropolizzazione descritta in termini piuttosto negativi della macrocefalia urbana è il destino normale dei sistemi urbani territorializzati del mondo westafaliano. Fino alle metà del XX secolo era dunque auspicabile di ritagiare il mondo lasciando un posto importante al ritaglio statale, dal momento che la geografia del mondo urbano ricalcava ampiamente una geografia che conteneva logiche di metropolizzazione nei limiti delle frontiere nazionali.

Ma una simile evoluzione ha indotto le sue proprie logiche spaziali.  La messa in rete delle metropoli ha accresciuto la componente non euclidea dello spazio delle città organizzando la loro interdipendenza crescente e relativizzando il loro ruolo di capitali geopolitiche di Stati. La costituzione di megalopoli corrisponde a questo momento storico in cui le relazioni interurbane hanno la meglio sulle relazioni delle città con i loro ambienti regionali. Indebolimento delle frontiere statali o regionali e ridefinizione de l’entroterra delle metropoli vanno di pari passo, disegnando sulla carta del mondo delle grandi regioni urbane, i cui limiti, sebbene spesso fluidi, non tengono più conto delle frontiere nazionali (o regionali e/o amministrative per le megalopoli costituite in senso ad uno stesso paese). La megalopoli europea non è dunque la somma dell’integralità di ognuno dei territori nazionali che abbraccia, ma unicamente dei territori metropolitani che essa riunisce in una stessa rete.

Questo movimento non si ferma lungo il cammino. La messa in rete delle megalopoli tra loro costituisce la tappa successiva, formando l’arcipelago megapolitano mondiale (AMM).  La complementarità delle megalopoli si appoggia ancora più intensamente sulla loro situazione geografica, a cominciare dall’occupazione di tutti i fuso-orari: sull’arcipelago megapolitano mondiale, il sole non tramonta mai. Inoltre, l’indebolimento delle frontiere statali procede parallelamente con l’affermazione di insiemi regionali, che accedono allo status di quasi-Stato. In una simile configurazione, le metropoli regionali che in passato erano schiacciate dalla dominazione delle capitali nazionali si ritrovano oggi in situazione di agganciarsi all’AMM, nella misura in cui esse possano giocarvi un ruolo.  Il fenomeno è evidente per quanto riguarda il raccordo all’AMM, in particolare sulla base di un’offerta di luoghi turistici di metropoli un tempo periferie nazionali soffocate, che divengono così delle periferie ben integrate delle megalopoli, e persino del Mondo. È il caso, per esempio, di Barcollona e della Catalogna per l’Europa, o di Dubai e degli Emirati arabi uniti per il Mondo.

L’indebolimento, sicuramente ineguale, delle frontiere statali e l’importanza crescente delle “frontiere” del mondo urbano che disegna la sua crescita, fatto rilevante della mondializzaione contemporanea, obbligano dunque a riconsiderare da cima a fondo i ritagli del mondo che possiamo tracciare sul planisfero. L’incastro dei territori che caratterizzava l’ordine del mondo westafaliano assume importanza. Bisogna sin da ora ragionare in termini di suddivisioni, di sovrapposizioni, di multi-appartenenze, combinando metriche territoriali e metriche reticolari per tentare di delimitare delle unità geografiche che definiscano meglio il Mondo di quanto possa fare la giustapposizione di territori di Stati, il cui significato e la cui coerenza variano talmente nel tempo e nello spazio da non costituire più, in ogni modo, una categoria unificata in grado di costituire un ordine univoco.

Lontani vicinati

Il Mondo si mondializza attraverso i suoi centri. È questa la dinamica all’origine dell’AMM. Infatti, abbiamo appena visto che quest’arcipelago urbano obbliga a relativizzare l’interesse del rifelsso del ritaglio del Mondo in Stati. I contorni degli spazi attivi della mondializzazione non coincidono con le strutture geopolitiche del Mondo. Ma fermarsi a questa constatazione non basta, poiché i limiti così definiti non sono quelli che giocano il ruolo maggiore nella mondializzazione. Considerando quest’ultima come accrescimento e globalizzazione dello scambio sociale, questo scambio è tanto più importante e produttivo in quanto esso mette in relazione dei luoghi complementari innanzitutto, ma anche segnati da una forte diversità, che tra l’altro lo scambio rinforza in modo dinamico. I centri del Mondo sono così i centri dei mondi.

Ci sono quindi altre frontiere, che pongono diversamente la questione della divisione del Mondo. Esse occupano i centri delle aree urbane metropolitane, o vi sono collegate attraverso un sistema di trasporti efficace. Si tratta di spazi riservati alla mobilità – stazioni ferroviarie ad alta velocità o aerostazioni – o fondate dalla mobilità, come gli spazi turistici, e di quelli che dispongono di un più largo spettro di mezzi della telecomunicazione – reti ad alta e altissimo prestazione, copertura della telefonia mobile, Internet senza fili pubblico (WiFi), cybercafé…- o fondati sulla telecomunicazione come i quartieri d’affari mondializzati o i luoghi del potere. Questi luoghi centrali sono quelli della connessione mondializzante. Essi hanno come funzione quella di stabilire vicinati paradossali, rendendo più vicino ciò che è più lontano il tempo di uno scambio materiale o immateriale, di uno spostamento o di una trasmissione. Ci sono qui delle frontiere territoriali, come quelle che si devono oltrepassare entrando in un paese con l’aereo o con il treno. Ci sono anche dei luoghi materializzati dal tempo di una consultazione dell’interfaccia informatica attraverso la quale un luogo distante si rappresenta localmente in vista di uno scambio o di una diffusione informazionale.

L’ordine dei vicinati è dunque doppiamente perturbato dalle logiche che strutturano la mondializzazione e che si possono riassumere attraverso il recupero di metriche reticolari rispetto a metriche territoriali. La mondializzazione non è la fine della territorialità, ma la riorganizzazione delle relazioni tra territori e reti, dal momento che queste ultime impongono ai primi un aggiornamento che ne condanna alcuni e ne fa emergere altri. La divisione classica del Mondo è attaccata da due fronti. Attraverso le frontiere topografiche dei territori dell’urbanità, e attraverso le frontiere interne che, come tante interfacce e connettitori, producono un Mondo urbano. Se le prime rimettessero in discussione solo i tracciati canonici dei ritagli del Mondo, esse resterebbero conformi nel loro principio a quello della divisione topografica, usando principalmente la metrica euclidea, direttamente cartografabile, visto che le reti non fanno che ricomporre gli spazi pertinenti dell’analisi. Le frontiere interne del Mondo urbano rompono, al contrario, con una simile logica. I limiti sono dei luoghi al centro dei territori.

L’arsenale cartografico dei tracciati frontalieri è in questo caso impotente, poiché esso può solo molto indirettamente raffigurare un vicinato non euclideo. Nel piano della carta, il vicinato è raffigurato attraverso la giustapposizione di oggetti grafici raffiguranti dei luoghi. Esso è ancora meglio raffigurato quando lo spazio è descritto in modo esaustivo, cioè territorialmente. Il vicinato di due città raffigurate da dei punti lascia infatti aleggiare un dubbio quanto alla realtà dell’effetto di vicinato, poiché la carta non dice abbastanza sullo spazio che separa le città, tranne che per indicare esplicitamente il vicinato- un tratto che collega le due città -, o al contrario la sua impossibilità -  un figurato nel senso implicito come un rilievo reputato difficile da superare. Al contrario, lo zonaggio della carta che rappresenta delle imprese territoriali permette di raffigurare il vicinato senza ambiguità attraverso il contatto di zone, quello che  è materializzato da un tratto che rappresenta la frontiera che distingue i territori. Il tracciato frontaliero  basta inoltre spesso a segnare la territorialità.

Con la mondializzazione contemporanea si fermano dunque i tentativi di ritaglio cartografico semplice del Mondo. “ C’è del Mondo qui ”[1], ciò significa che non bisogna concepire il ritaglio del Mondo in una prospettiva semplicemente analitica. Il ritaglio “complesso” del Mondo presuppone di considerare gli “oggetti dividenti” tanto quanto gli “oggetti divisi”. L’attenzione deve sempre essere doppia; portata allo stesso tempo sui posti frontiera e sui paesi, sulle città e sugli Stati, sugli aeroporti  internazionali e sugli AMM. La nozione di vicinato non può più, infatti, accontentarsi della semplice giustapposizione dei territori, al contrario visto che il Mondo si mondializza attraverso i suoi centri. Bisogna essere in grado di distinguere il vicino territoriale, colui che ci è accanto, dal vicino reticolare, colui con il quale si decide di ridurre la distanza. Ora, questa differenza è percepibile attraverso il tramite di oggetti-strumenti di messa in relazione, di connessione di spazi, ogetti o dispositivi spaziali che costituiscono altrettanti luoghi-frontiere. Le metropoli mondiali quindi fanno parte di questi luoghi-frontiera del territorio che le circonda e che, storicamente, li ha spesso prodotti. Ma questi luoghi-frontiera danno accesso a dei vicinati che un approccio euclideo del mondo vedrebbe allontanati. Il Mondo mondializzato produce così dei vicinati reticolari in numero sempre maggiore, e altrettante frontiere al centro stesso dei territori. Suddividere il Mondo presuppone prendere in considerazione questi luoghi di rottura, che disegnano in uno stesso movimento gli spazi reticolati caratteristici della mondialità.

 

RITAGLIARE LO SPAZIO: REGIONI E ARCIPELAGHI

Per arrivare comunque a un’azione costruttiva, l’insieme di queste riflessioni porta a identificare due famiglie di ritagli: quelli che dividono la superficie dello spazio euclideo secondo le sue linee di divisione pertinenti, e quelli che identificano i noduli reticolari dello spazio, lavorando per questo sul suo spessore, e cercando di stratificarlo. Nel primo caso, l’ambiente di un luogo è accessibile attraverso le frontiere periferiche di questo luogo. Nel secondo, si tratta di un ambiente reticolare che si raggiunge spesso attraverso dei connettitori accessibili a partire da una posizione centrale.

L’approccio classico della ritaglio del Mondo si è perciò accontentato di coglierne le grandi linee di divisione, delimitando quelle che si possono definire region, nel senso anglofono del termine, evocando l’idea di una ripartizione in zone cognitive, e non nel senso geopolitico che il termine “regioni” ha in francese come suddivisione performativa del territorio statale. La region è un oggetto pesante dello spazio geografico, in seno al quale le metriche territoriali dominano e assoggettano le metriche reticolari. Vedremo che quest’approccio, valido a vario titolo, merita tuttavia di essere affinato, distinguendo due procedure di ritaglio “in estensione”, da una parte, e “in comprensione”, dall’altro, definendo rispettivamente dei “paesi” e degli Horizzont. Aggiungendo un approccio a strati al ritaglio del Mondo, si completa il modo di procedere identificando degli arcipelaghi, che estensione e comprensione dividono in networks e in “rizomi”. Come oggetti pesanti dello spazio, gli arcipelaghi, al contrario delle region organizzano la dominazione delle metriche reticolari alle quali si trovano assoggettate le metriche territoriali.

 

Regions: la divisione del Mondo

Le linee di divisione del mondo contemporaneo sono una finzione cartografica. Un tratto su una carta può avere due funzioni: segnare un legame, o segnare una discontinuità. In entrambi i casi, una convenzione grafica produce senso. E nel secondo caso, il significato è: da una parte e dall’altra di questa linea, si trovano due spazi distinti da un certo punto di vista, punto di vista che giustifica l’esistenza e il tracciato della delimitazione. Pertanto, la ragione della divisione non è univoca.

Alle frontiere dei paesi. Segnare e sottolineare le differenze tra spazi contigui può consistere nell’identificare gli spazi eterogenei, nei quali si interpenetrano le differenze, a volte nel conflitto. L’attenzione allora è rivolta prioritariamente a questi spazi “divisi”. Spazi frontalieri più meno fortemente affetti dall’alterità alla quale “danno luogo”. Il lavoro di divisione del Mondo può così riguardare in primo luogo quegli spazi la cui funzione è di gestire territorialmente l’alterità del vicinato euclideo. Due modalità di questa gestione sono sempre combinate per produrre degli spazi complessi: la delimitazione frontaliera netta, che deriva dall’ordine delle interspazialità dell’interfaccia, e la zona interpenetrazione, che rientra nel principio di cospazialità. Nella pratica, la maggioranza dei casi associa quindi frontiera formale e zona frontaliera. A meno che una delle logiche non escluda l’altra: nel caso, oggi molto raro, di frontiere ermeticamente chiuse (la frontiera tra le due Coree per esempio) che producono solo poco spazio, se non è uno spazio turistico; o nel caso delle costituzione di zone assolutamente miste, cioè senza delimitazione pratica e effettiva, questa configurazione corrisponde in realtà ai centro-città di cui costituisce l’essenza stessa. In tutti gli altri casi, la linea di divisione formale è la componente di uno spazio di divisione che la contiene e la adopera. Ma rispetto al limite, ognuno dei territori produce una frontiera. Dissonanza o consonanza tra le frontiere che riguardano lo stesso limite determinano la sua stabilità, la sua dinamica, la sua intensità. La frontiera è una macchina per formalizzare la distanza e per gestire questa distanza formale. Dopodiché, è ancora possibile dubitare del carattere anodino, per non dire naturale della carta, nel momento in cui essa è utilizzata per il ritaglio territoriale. Poiché sono numerosi i casi in cui le frontiere concepite da una parte e dell’altra di uno stesso limite sono in netta risonanza, e in cui il formalismo che esse materializzano e che la carta imita corrisponde solo a un vicinato conflittuale e spesso istruttivo. Quello chela linea di divisione segna sulla carta non è altro in realtà che il risultato statico di un dinamismo geografico che può assumere numerose forme. Per esempio, anche se l’atto della divisione territoriale e la rappresentazione cartografica che ne risulta sono simili, il limite di estensione dell’area culturale non è il frutto di una negoziazione come lo è la frontiera che delimita due Stati. Assimilare questi due tipi di divisione, e più generalmente tutti i tipi di divisione per la ragione che essi hanno in comune un atto cartografico simile rischia di condurre a una confusione tra due logiche geografiche: quella dei paesi e quella degli Horizzont.

Ai confini dell’Horizzont. Delimitare le coerenze spaziali è un altro modo di ritagliare il Mondo. L’approccio identifica prioritariamente gli spazi che presentano una forte coerenza rispetto a un criterio pertinente, coerenza che può essere una eterogeneità politicamente controllata. Ai confini di queste nappe si disegnano delle linee di divisione, più o meno solide secondo i differenziali di sostanza e le distanze che separano i loro “noccioli duri”. Una geografia hard core prende così forma. Essa sposta l’attenzione sulle aree culturali, linguistiche, religiose, sulle zone d’influenza delle città, sul raggio d’azione dei luoghi. Attorno a dei noccioli duri, una territorializzazione morbida fabbrica spazio: un Horizzont. I limiti sono allora dei confini che occupano spesso delle vaste distese. Ma quando si mette in atto quest’approccio al ritaglio, bisogna adottare una precauzione: non estendere senza ragione locale le aree di influenza dei noccioli duri, e ammettere che le divisioni di un Mondo così inteso non si rappresentano sottoforma di limiti netti.

Il lavoro sulla divisione del Mondo non è così semplice come sembra. Esso obbliga a pensare insieme delle linee di divisione e i noccioli duri dello spazio. Esso obbliga a mettere in coerenza due azioni del pensiero dividente. Bisogna pensare gli spazi allo stesso tempo in estensione – tracciare le interfacce e delimitare le cospazialità – e in comprensione – localizzare i noccioli duri e identificare dei confini. Oltre alle critiche di altro genere, che riguardano il contenuto e la pertinenza delle sue premesse, è dell’assenza di questa coerenza che pecca la divisione del Mondo in civiltà che ha proposto Samuel Huntington (capitolo 8). Il suo approccio rivela infatti un’incapacità a pensare insieme la coerenza culturale dello spazio e le interspazialità relazionali (interfacce, cospazialità, incastri) che lo spazio come tecnica permette di stabilire tra le civiltà.

 

Arcipelaghi: stratificazione del Mondo

Pensare lo spazio geografico come una collezione di strati più o meno interdipendenti permette di sfogliare il Mondo. I cartografi hanno preso l’abitudine di lavorare per strati, assimilabili a dei calchi, anche se il paragone si ferma qui.  Ciò che caratterizza e distingue ognuno degli strati dello spazio, è l’unità della sua metrica. Così, ogni luogo è preso con altri in uno strato relazionale che definisce per l’insieme dei luoghi considerati le distanze che li separano secondo uno stesso metro di misura (metrica). Contrariamente agli strati cartografici, che procedono per analogia tra spazi euclidei del foglio e lo spazio euclideo della realtà, gli strati metrici, pur essendo relativi gli uni agli altri (ciò senza primato attribuito agli strati dalla metrica euclidea), non possono concepirsi semplicemente come sovrapposti. Gli strati definiti da una metrica non euclidea non possono, infatti, essere rappresentati se non al prezzo di una grande approssimazione, poiché la distanza non euclidea non può essere resa nel piano euclideo di una carta o di uno strato concepito come piatto. Lo schema seguente (figura 1) delinea un’illustrazione dello spazio multistrati, senza tuttavia fornirne un’immagine soddisfacente. Tuttavia, l’interesse di una smile concezione dello spazio controbilancia ampiamente la difficoltà strutturale della sua rappresentazione cartografica.

 

Figura 1 Lo spazio multistrati

Uno strato dalla metrica non euclidea Uno strato dalla metrica euclidea o quasi euclidea

deoupe

© Patrick Poncet 2007

Lo spazio geografico è multistrato. Ognuno di essi è definito da una metrica propria che configura le distanze tra i luoghi. La stratificazione consiste nell’identificare gli strati metrici pertinenti rispetto a una problematica, in vista di concepire gli spazi in gioco e le loro interferenze.

 

Pensare lo spazio in strati permette di dividerlo restituendo alle reti il posto che è loro dovuto. È dunque auspicabile produrre une divisione del Mondo che tenga conto della dinamica della mondializzazione che si opera nei centri e nel mondo urbano. Si tratta di identificare le reti di luoghi che si autonomizzano rispetto al loro ambiente (euclideo), ambiente spesso all’origine della loro crescita e del loro accesso a una capacità di connessione. Lo strato fluttuante costituito dall’AMM o dalle megalopoli sono degli esempi a due scale differenti di questi arcipelaghi, più o meno territorializzati, ognuno assembla secondo un proprio regime di strati del Mondo. Nel mondo contemporaneo, anch’essi possono essere considerati come spazi di civiltà, civiltà il cui monopolio non è detenuto dalla territorialità. Gli arcipelaghi organizzano la diversità che essi abbracciano attraverso una spazialità dominata dalla reticolarità, assoggettando al bisogno la territorialità. La stratificazione dello spazio permette di identificare in seno alla famiglia degli arcipelaghi due “piani di taglio” della mondialità, in estensione e in comprensione: i networks e i rizomi.

Il network è l’archetipo della “rete delle reti”, la cui estensione per additività riposa al limite su una sola connessione; bisogna e basta, affinché due reti non ne formino più d’una, che un solo nodo di uno dei due sia collegato (o confuso) a un solo nodo dell’altro; dal momento che questo legame unico supporta tutte le relazioni tra le due reti. Questo formalismo schematico e astratto incita a identificare nel mondo concreto delle aperture centrali verso la globalità. Sono delle città, dei centri-città, degli ipercentri, degli aeroporti, delle zone internazionali (sotto dogana), delle strade, degli immobili…Sono le frontiere che gli individui oltrepassano più frequentemente, per affari o turismo. Sono dei dispositivi spaziali che mettono in relazione le centralità, e operano la connessione reticolare degli spazi distanti, stabilendo dei vicinati reticolari. L’approccio che ci guida qui è comparabile a quello che permetteva di operare in estensione la divisione del Mondo. Un insieme di relazioni tra dei luoghi del Mondo definiti da una stessa metrica permette di isolare in estensione uno strato di innumerevoli elementi. Al contrario, la logica del network segna il limite attraverso delle constatazioni di incompatibilità, materializzati da una sorta di isolanti o di giunture di impermeabilizzazione, rendendo impossibile il passaggio da una rete all’altra, il salto da uno strato all’altro. L’esempio delle alleanze di compagnie aeree è emblematico di questo tipo di divisione del mondo, disegnando degli arcipelaghi parzialmente sfasati gli uni rispetto agli altri, dal momento che ognuna di tre compagnie sceglie in ogni regions (si veda sopra) del globo uno o più hubs regionali concorrenti (capitolo 13). Il “giro del Mondo” forfettario proposto da ognuna delle tre grandi compagnie areee (Star Alliance, One World, Sky team) impone perciò alcuni scali, e vieta per così dire di uscire dall’arcipelago aeroportuario formato da questi ultimi.

I rizomi sono delle reti dai limiti fluidi, le cui logiche di associazione funzionano al contrario di quelle dei networks: nella sua forma archetipale, un rizoma è una rete la cui capacità di connessione a un’altra rete è proporzionale al numero di nodi che dividono le due reti (o al numero di legami tra le due reti). Corollario di quest’approccio molto teorico: un rizoma può essere considerato come una rete osservata dal punto di vista particolare di uno dei suoi nodi. Un rizoma è, come la rete di interconoscenze formato da individui: ogni persona può “raggiungerne” un’altra per il tramite di un certo numero di altre persone, ma far variare questo numero permette di definire delle reti più o meno “estese” e “coerenti”, la cui geometria varia essa stessa in funzione del nodo a partire dal quale si “osserva” la rete. Il concetto di rizoma permette di isolare quelli degli arcipelaghi il cui funzionamento dipende essenzialmente da una certa coerenza funzionale, se non simbolica, e che si può quindi definire in comprensione e non in estensione: una rete definita più dall’adesione elastica di ognuno dei suoi membri a un principio di sostanza comune che dal carattere di appartenenza che qualifica ognuno dei suoi membri. Si comprende quindi che un simile concetto è molto adatto alla comprensione delle reti sociali, in cima alle quali le reti di sciabilità della mondializzazione, le reti di relazioni economiche più o meno formali, ma più generalmente gli oggetti reticolari diversamente territorializzati, visto che il grado di territorializzazione gioca il ruolo di modulatore della scala della rete. Il rizoma formato dalle città mondiali illustra bene quest’approccio della reticolarità, non escludendo in nessun modo la territorialità ma integrandola al contrario nella sua definizione e organizzando le relazioni di queste metropoli con i territori circostanti attraverso ciò che potrebbe essere assimilato a delle membrane più o meno permeabili.

Il parallelo con l’approccio della divisione del mondo può essere instaurato fino a un certo punto: networks e rizomi devono essere pensati insieme. Stratificare il Mondo privilegiando l’uno o l’atro di questi approcci conduce immancabilmente a coglierne solo una parte; errore simile a quello  che commetterebbe una geografia miope e immobile riducendo lo spazio geografico al paesaggio. L’associazione dei networks e dei rizomi permette quindi di distaccarsi da una visione in prospettiva del Mondo per coglierlo nella sua globalità. Stratificare il mondo non può accontentarsi di dissociare gli spazi “connessi” da quelli che non lo sono, né d’isolare le tre grandi megalopoli mondiali, concepite allora come dei semplici territori i cui contorni non farebbero che sostituirsi a quelli che si ha l’abitudine di riportare sul planisfero. Le megalopoli non sono dei nuovi paesi. E la mondialità non si riassume a Internet.

La tabella 1 riassume le modalità di ritaglio del mondo che abbiamo appena formalizzato.

Tabella 1 Le modalità di ritaglio del Mondo

 

 

 

 

Oggetti creati

Regions

(metriche territoriali dominanti)

Arcipelaghi

(metriche reticolari dominanti)

Procedura

di ritaglio

In estensione

(delimitazione interno/esterno)

Paese

Limite: frontiera

Network

Limite:isolante

In comprensione

8ricerca delle coerenze e dei confronti)

Horizont

Limite: confine

Rizoma

Limite: membrane

 

Fonte: tabella creata dell’autore

QUATTRO RITAGLI DEL MONDO

Stratificazione e divisione non si oppongono radicalmente. Sono due maniere di ritagliare il mondo, entrando in risonanza qui e dissonanza altrove. Come conclusione di questo capitolo, proponiamo quattro carte rappresentanti ognuna un tipo di ritaglio del mondo: in paesi, in horizont, in networks, e in rizomi. Queste carte fanno eco a tre fondi-carta presenti all’inizio del libro: copresenza, mobilità, telecomunicazione. Se queste ultime che rappresentano le modalità di gestione della distanza alla scala mondiale, traducono i mezzi della mondializzazione, le quattro carte che concludono questo capitolo descrivono lo stato dell’arte del Mondo così come si trova mondializzato al giorno d’oggi.

 

DEI TERRITORI DEL MONDO: VEDERE DAL PAESE

L’habitus cartografico conduce “naturalmente” verso un ritaglio del Mondo in Stati. La carta dei paesi del Mondo è in un certo senso quella degli Stati del mondo. Non è dunque inutile. Per cominciare, tentare di ritagliare di nuovo il mondo secondo un principio comparabile al fine di far apparire i paesi del Mondo, nel senso in cui li abbiamo definiti. Se l’assimilazione dei paesi agli Stati riguarda l’importanza attribuita alle strutture statali per il fatto che il tutto è superiore alla somma delle parti, la generalizzazione di questo principio può essere così formulata: ogni popolazione aggregata pesa più al livello mondiale di quanto pesa l’addizione degli individui che la compone. Partendo da qui, si possono considerare dei principi di aggregazione diversi dal quello dello Stato-nazione istituito introducendo nel calcolo le città, da una parte, e le regioni amministrative di primo livello dall’altra (Stati americani, regioni francesi, province cinesi…). Se è corretto segnalare che le province cinesi non hanno la stessa consistenza geopolitica degli Stati americani o che le metropoli non dispongono tutte della stessa potenza economica a dimensione simile, bisogna comunque convenire che il modello dello Stato conosce anch’esso delle variazioni considerevoli nella sua applicazione, giustificando del resto la distinzione dei regimi politici (si veda la carta “Legittimità”, capitolo 10). Detto altrimenti, rendere uguale la potenza geopolitica dei gruppi umani attraverso il raggruppamento in paesi-Stati non è meno soggetto a critiche di quanto lo sia mettere sullo stesso piano l’Africa sub sahariana il cui Stato è debole e un qualsiasi Stato prospero degli Stati Uniti.

Seguendo quest’idea, la carta dei “paesi del Mondo” (carta 1) che presentiamo qui è costruita qualificando le unità di aggregazione secondo che esse oltrepassino una soglia di popolazione propria alla loro categoria: 5 milioni di abitanti per una città “isolata” (che copre una o due regioni che totalizzano meno di 10 milioni di abitanti), 10 milioni per una regione amministrativa di primo livello  con una città di oltre 5 milioni di abitanti, 20 milioni per una regione amministrativa o un paese-Stato (eccettuata la popolazione delle regioni amministrative già qualificate). Questo processo di qualificazione dei territori che contano tralascia circa il 15% della popolazione mondiale (grigio nella carta), alla quale nessun principio di coesione permette di apparire su questo nuovo planisfero.

La carta dei paesi così ottenuta mette sullo stesso piano degli oggetti geografici la cui masse in termini di popolazione, sebbene differenti, sono comparabili se si tiene conto del principio di aggregazione che fonda la loro unità geopolitica. In un certo senso, questa carta si fonda sull’idea che la coesione sociale che fonda una comunità geopolitica può dipendere con la stessa efficacia tanto dall’urbanità e dalla “regionalità”, quanto dalla nazionalità, se non di più. Se questo è vero, la mondializzazione contemporanea inaugura l’era delle nazioni urbane.

Pays du Monde

 

DEI MONDI: AI CONFINI DEGLI HORIZONT DEL MONDO

La dimensione culturale dei gruppi sociali non si lascia facilmente ridurre all’espressione cartografica. In materia, non ci sono che degli abbozzi, delle immagini impressioniste più o meno esatte, ma soprattutto più o meno intelligenti. La carta dello Shock delle civiltà di Samuel Huntington rappresenta un buon esempio di quello che non bisogna fare in materia: assimilare cultura, nazionalità e Stato, e fare della cultura un’arma geopolitica. Il fatto culturale  non è del resto che mal definito, anche dagli specialisti. Si potrebbe anche far notare che la critica formulata nei confronti di Huntington che denuncia l’eterogeneità dei criteri della loro definizione non è sicuramente la più pertinente. Infatti, nulla vieta di definire una cultura sulla base di un assemblaggio di tratti significativi e discriminanti, anche se dei tratti di natura diversa servono a distinguere gli insiemi culturali. Poiché gli stessi tratti culturali non hanno ovunque la stessa pertinenza, come la religione per esempio, che può penetrare attraverso la legge in tutti i gesti del quotidiano o al contrario non rappresentare altro che uno sfondo culturale datato tradotto oggi in folklore. Cartografare le culture presuppone avere chiaro cosa significa cultura; l’impresa è quindi pericolosa.

Al contrario, esso rappresenta una via traversa per cartografare i mondi che compongono il Mondo. Infatti, è molto più facile identificare nel presente gli spazi nei quali avviene l’incontro culturale, e nei quali appunto l’affermazione culturale è tanto più forte quanto la cultura urta con l’alterità. Se al cuore degli Horizont, la questione culturale non si pone che marginalmente, essa è al contrario di un’attualità scottante sui confini del suo territorio, agli avamposti della civiltà, là dove ha luogo il confronto culturale, al meglio o al peggio.  Questi spazi di mediazione mettono in visibilità la cultura attualizzandola.

La carta degli Horizont (carta 2) non ha altra ambizione dunque se non quella di costruire un’immagine dei mondi sottolineando i loro confini territoriali (cioè astrazione fatta delle logiche culturali reticolari delle diaspore). La semiologia di questa immagine si pretende semplice: dei colori differenziano i grandi Horizont di scala mondiale, l’intensità dei colori esprime la pertinenza delle problematiche culturali. I confini delle aree culturali appaiono così nei contrasti di colore, contrasti tanto più forti quanto il confronto è “attivo” nella tettonica del mondo contemporaneo, ma sempre raffigurato in modo nebuloso, come dei fluidi che si mischiano, per sottolineare la difficoltà di territorializzare il fatto culturale.

Le culture nazionali non appaiono su questa carta, il cui obiettivo è quello di una visione alternativa all’approccio di Huntington. Eppure, questo non significa che lo Stato non sia un attore culturale importante, soprattutto nel caso degli Stati-nazione. Per non trascurare quest’aspetto, sono stati raffigurati gli spazi culturali che sono in discordanza con quelli promossi dagli Stati. Se le culture nazionali trovano negli Stati una cassa di risonanza, numerose culture “autoctone” sono al contrario in dissonanza con il loro contesto, occupando delle aree culturali soggiacenti, rappresentate come tali “sotto” la carta che si ritrova come bucata bruscamente.

DALLA MONDIALIZZAZIONE. I NETWORKS DELL’ARCIPELAGO MONDIALE

Dal 2000, la rivista Foreign Policy, in collaborazione con l’Agenzia di consulenza A.T. Kearney, pubblica ogni anno una classifica di sessantadue paesi più mondializzati, intitolata Globalization Index (capitolo 15). La carta di questo indicatore (qui l’edizione 2006) è una carta dell’intensità della mondializzazione, misurando a che punto un paese è mondializzato (carta 3). Il pericolo costituito da un approccio per paese è inevitabile, per il fatto che si tratta di un approccio statale fondato su dati nazionali disponibili e comparabili. Sarebbe più soddisfacente procedere a questa classifica su i “paesi” che abbiamo definito precedentemente in un ritaglio regionale in estensione del Mondo. Tuttavia, la maglia nazionale permette in questo caso di introdurre nella carta dei ritagli franchi, la selezione dei sessantadue paesi (che producono il 96% del PIL mondiale) designa infine l’arcipelago dei territori chiave della mondializzazione. La nozione di network, che traduce l’idea di messa in rete delle reti, corrisponde pienamente a ciò che esprime questa classifica: la mondializzazione è la connessione mondiale di reti di scala inferiore, spesso nazionali o regionali. Per questo, essa progredisce su due fronti: da un lato, l’interconnessione mondiale delle reti tra loro; dall’altro lato la ramificazione e la complessificazione delle reti “locali” messe in relazioni. Si insiste di solito sul primo aspetto, indicando la crescita del commercio internazionale. Ma si affronta spesso il secondo in modo critico e disequilibrato, sottolineando il fatto che la mondializzazione avvantaggia coloro che sono già “connessi” – le multinazionali, i ricchi, le élites mondializzate, gli insiders -, trascurando coloro che non lo sono, se non addirittura confrontando alla concorrenza internazionale (causa di delocalizzazioni) coloro che finora vivevano bene per il fatto di non essere connessi. Bisogna dunque riaffermare che, allo stesso tempo, la mondializzazione connette al mondo un numero crescente di luoghi, offrendo nella maggior parte dei casi delle nuove opportunità di sviluppo, in testa alle quali, il turismo (capitolo 13).

Il Globalization Index combina quattro dimensioni: economica, personale, tecnologica, politica. L’integrazione economica è stimata attraverso il commercio internazionale e gli investimenti diretti esteri; i contatti personali sono visti attraverso la telefonia, i viaggi e i transfert di fondi interpersonali; la connettività tecnologica è stimata attraverso il numero di internauti, di albergatori, di server securizzati; l’impegno politico è relativo al  dal numero di organizzazioni internazionali, all’implicazione in operazioni di mantenimento della pace dell’ONU, in trattati e in transfert di fondi governativi[2]. Come tutti gli indicatori compositi dello stesso tipo, anche questo non è esente da disequilibri e difetti. Essi sono in generale dovuti più ai limiti imposti dalla disponibilità dei dati affidabili in grado di coprire la quasi totalità della popolazione mondiale piuttosto che a dei difetti di concezione.

La carta dell’indicatore globale rivela la spazialità motrice della mondializzazione, Si ritrovano senza sorprese in cima alla classifica i paesi della Triade. Una lettura più fine della cima della classifica mostra che essa è composta dagli Stati Uniti e da piccoli Stati molto aperti al Mondo. Invece, i “vecchi paesi del Vecchio Continente”, e anche le potenze asiatiche liberali (Giappone, Corea, Taiwan) occupano i secondi ranghi della mondializzazione, se non le posizioni intermediarie, come affetti da pesantezze che impediscono loro di essere i conduttori del gioco o al meno di parteciparvi pienamente. I paesi piazzati meno bene sono i nuovi arrivati nel Mondo, toccati dalla mondializzazione solo marginalmente, ma connessi. Tra loro, i giganti del vecchio Terzo Mondo: Cina, India, Indonesia, Brasile, e altre potenze relative (Messico, Nigeria, Tailandia, Sudafrica). Le quattro carte che rappresentano le quattro dimensioni dell’indicatore conducono a delle constatazioni specifiche che rivelano il metodo della mondializzazione adottata da certi paesi. Così, l’integrazione economica caratterizza la mondializzazione dei paesi dell’Europa centrale orientale e dell’Asia orientale, al contrario degli Stati Uniti, che si mondializzano piuttosto attraverso la connettività tecnologica, mentre il cuore politico della mondializzazione batte in Europa. I contatti personali disegnano quanto a loro una carta della mondializzazione inconsueta, caratterizzata dal posto affermato del subcontinente indiano, oltre all’Europa e all’America del Nord.

 

DELlA MONDIALITÀ: I RIZOMI DELLA SOCIETÀ-MONDO

I rizomi sono delle reti di reti, il cui grado si interconnessione dipende non dalle strutture delle reti stesse, ma dalla sostanza e dal numero di relazioni dirette che essi permettono. L’archetipo ne è la rete di amici: l’amica del mio amico, se è mia amica attraverso connettività (caso del network) non è legata a me da una relazione amicale forte tanto quanto quella che intrattengo con il mio (o il suo) amico. Applicata alle relazioni sociali in generale tra individui così come tra oggetti sociali, quali che siano, questo tipo di sciabilità è dominante nel modello della società-Mondo, società di scala mondiale prodotto della mondializzazione. Ciò che fa del Mondo uno spazio pertinente per l’umanità, è il fatto che esistono dei problemi a scala mondiale la cui risoluzione necessita di una decisione politica di scala mondiale, o almeno l’emergere della scala mondiale nella spazialità delle società umane.

La cartografia di un simile oggetto ha il compito di essere inventiva ed evocatrice, dal momento che l’esaustività e la misura in materia pongono molti problemi. La carta del rizoma che struttura la società-Mondo si pretende dunque un’immagine possibile della mondialità prodotta dalla mondializzazione. Per questo, essa tenta di iscrivere in una rete senza gerarchia centrata sulle metropoli del Mondo le consonanze e le dissonanze culturali degli Horizont mondiali. Facendo ciò, essa modula la visione culturale del Mondo diviso in più mondi, passando questo fondo-carta al setaccio dell’urbanità. Urbanità, tra l’atro (carta1, capitolo 3), essa stessa portatrice di cultura poiché soggetta a delle variazioni culturali, in particolare attraverso il rapporto delle società urbane alla densità. Urbanità sulla quale insiste inoltre la carta raffigurando le relazioni che strutturano un arcipelago metropolitano mondiale iperurbano, il cui grado di urbanità delle isole che lo compongono dipende più nettamente dai flussi che li irrigano che dal gradiente di urbanità che distingue ognuna di esse dal loro ambiente immediato.

Carta 2 Il Mondo nei suoi confini

chapion

Carta 3 I campioni della mondializzazione

 campio

camopion suite

 

 


[1] L’espressione francese Il y a du monde significa c’è tanta gente. L’autore ha dunque utilizzato un gioco di parole. Ndt.

[2] Si veda la nota metodologica pubblicata da A.T. Kearney, disponibile al sito Internet http://www.atkearney.com

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