Jacques Lévy

Patrick Poncet
Dominique Andrieu
Boris Beaude
René-Éric Dagorn
Marc Dumont
Karine Hurel
Alain Jarne
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Mathis Stock
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Leggere il Mondo attraverso la carta

Questo lavoro, mettendo in atto una geografia innovatrice, non poteva essere da meno per quel che riguarda la cartografia. A vario titolo, esso è la bozza di un manifesto per una “nuova cartografia”. Eccone gli elementi chiave.

“Mais quelle étrange leçon de géographie j’ai reçu là! Guillaumet ne m’enseignait pas l’Espagne; il me faisait de l’Espagne une amie. Il ne me parlait ni d’hydrographie, ni de populations, ni de cheptel. Il ne me parlait pas de Gaudix, mais des trois oranges qui, près de Guadix, bordent un champ: “Méfie-toi d’eux, marque-les sur ta carte…” Et les trois orangers y tenaient désormais plus de place que la Sierra Nevada. Il ne me parlait pas de Lorca, mais d’une simple ferme près de Lorca. D’une ferme vivante. Et de son fermier. Et de sa fermière. Et ce couple prenait, perdu dans l’espace, à quinze cents kilomètres de nous, une importance démesurée. Bien installés sur le versant de leur montagne, pareils à des gardiens de phare, ils étaient prêts, sous leurs étoiles, à porter secours à de somme. Nous tirions ainsi de leur oubli, de leur inconcevable éloignement, des détails ignorés de tous les géographie du monde.” Antoine de Saint-Exupéry, 1939[1] 

L'IMMAGINE DEL MONDO: CARTOGRAMMI E PROIEZIONI 

Molte carte presentate qui si fondano su un fondo di carta inconsueto, chiamato “cartogramma”, e che si differenzia dai fondi classici per il fatto che la superficie dei continenti è rapportata alla loro popolazione, e non alla superficie dei territori che li compongono. Per comprendere l'interesse di questo tipo di fondo, conviene soffermarci su ciò che si definisce “fondo-carta”.

Un fondo-carta ha due usi. Da una parte, serve a localizzare un'informazione, e dall’altra serve al lettore della carta a orientarsi e a rendersi conto delle posizioni relative. Ciò che permette l’orientamento è il riconoscimento da parte del lettore dell’accostamento e delle forme conosciute, come quelle delle coste, dei tracciati frontalieri, dei fiumi, ecc. È interessante rappresentare un'informazione geografica puntuale (riguardante dei luoghi del mondo) senza tracciato di fondo-carta, poiché lo sguardo del lettore non è allora costretto nelle associazioni grafiche cui esso rimanda.

D'altra parte, il fondo-carta serve spesso da supporto a un'informazione, quando per esempio si sceglie di colorare in diverse tinte i paesi del Mondo. In questa prospettiva, si utilizza il più delle volte una griglia per ciascuna unità geografica, considerata dunque come una casella da colorare. Tale griglia è però raramente regolare come una quadrettatura: piuttosto attinge dalle trame abituali e utili alla produzione statistica le quali definiscono delle “caselle” di superfici ineguali. Per cui il peso visivo di un'informazione rappresentata da un colore dipende dalla dimensione della “casella” colorata, oltre che dal peso visivo del colore stesso. Un paese dalla grande superficie che occupi un’ampia area sulla carta e che sia colorato d'un certo colore sarà più visibile, influendo maggiormente sulla lettura della carta di quanto non possa fare una rappresentazione di un paese poco esteso, con una superficie minore sulla carta stessa.

Un fondo-carta disegna dunque a priori un'immagine del Mondo. Quest'ultima presenta tre caratteristiche: innanzitutto, il suo aspetto globale che determina la forma generale dei continenti, la loro posizione relativa, e che possiede delle proprietà geometriche più o meno utili alla lettura della carta; in secondo luogo, delle forme e degli accostamenti che permettono una precisa localizzazione; infine, le superfici degli elementi di base del fondo-carta (paesi, regioni amministrative) che determinano a priori il “peso visivo” che avranno le diverse parti del mondo nell'immagine globale.

L’elaborazione di un fondo-carta adatto alla rappresentazione di un dato fenomeno deve allora giocare su questi tre parametri: geometria globale, forme e accostamenti, pesi visivi. Ma in ogni caso, non può trattarsi che di un compromesso grafico, in quanto il cartografo dispone soltanto di strumenti imperfetti, in particolare due: la proiezione e il cartogramma.

La proiezione è un sistema per appiattire la sfera terrestre. Esso può essere più o meno sofisticato, ma ad ogni modo serve a mettere su di un piano (un foglio di carta, uno schermo di computer...) dei punti di riferimento (dei luoghi) che nella realtà sono ripartiti su una sfera. L'operazione costringe a delle deformazioni, dei tagli, e in fine il processo di proiezione gioca su tre piani: definisce una geometria globale del Mondo, modifica le forme e gli accostamenti, e modifica le superfici delle parti del Mondo. Tuttavia, certe proiezioni conservano perfettamente i rapporti tra le superfici – esse sono dette equivalenti. Il presente lavoro utilizza due di queste proiezioni: la proiezione di Mollweide (carta 1), equivalente, e la proiezione di Buckminster Fuler (carta 2), quasi equivalente.

 

Carta 1 Planisfero degli Stati del Mondo, proiezione di Mollweide

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Carta 2 Planisfero degli Stai del Mondo, proiezione di Buckminster Fuller

Planifere fuller


La proiezione di Mollweide conserva i rapporti di superficie, dunque la rilevanza visuale che le superfici avranno sulla carta corrispondono a quelli che hanno nella realtà. Essa, però, non è esente da deformazioni. Tuttavia, l'immagine globale del Mondo rinvia a quella dei planisferi più comuni presentando le Americhe a sinistra, l'Europa e l'Africa al centro, l'Asia a destra, dividendo in due il Pacifico. È una proiezione classica che non cambia le abitudini dei non specialisti.

La proiezione di Buckminster Fuller è invece molto più insolita. La sua prima qualità è che essa rispetta molto bene le superfici e le forme, ma a prezzo di un'immagine del Mondo letteralmente rovesciata. Si può effettivamente girarla in tutti i sensi, e la scelta dell’orientazione fa sì che almeno una parte del mondo si trova raffigurata all'inverso rispetto alle convenzioni in uso (polo Nord in alto, polo Sud in basso, Ovest a sinistra, Est a destra). Ma ciò che risulta un inconveniente per un lettore non esperto, il quale avrà difficoltà ad orientarsi, è un vantaggio per quanto riguarda l'adeguamento del progetto cartografico al suo oggetto. La proiezione di Fuller, senza orientazione né cesura sul Pacifico, corrisponde bene all'idea di un Mondo globalizzato, per il quale l'opposizione Nord/Sud non è altro che una chiave di lettura tra tante.

Quanto ai cartogrammi, essi sono un sistema per ponderare lo spazio della carta. Spesso è più interessante valutare un fenomeno sociale in base alla popolazione ad esso relativa piuttosto che in base alla superficie che esso copre. In un Mondo in cui la maggior parte degli individui è urbana, si può pensare, non senza fondamento, che l'essenziale di quanto riguarda le società sia invisibile su un planisfero, sul quale l'estensione geografia delle città, questi grandi spazi che occupano per definizione un posto relativamente piccolo, è anch'essa invisibile. Ad esempio, in termini di rilevanza visuale, sulle carte elettorali classiche (euclidee), il voto elettorale in ambito urbano in Francia, risulta insignificante sebbene sia numericamente più importante. Non a caso, tali carte danno sempre l’impressione che il vincitore dello scrutinio sia il partito che ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle campagne.

Per rendere conto dei fenomeni sociali – tra i più importanti dei quali la mondializzazione – bisogna dunque riprodurre sulla carta l’importanza della società, il che suggerisce di ingrandire le “caselle” delle aree densamente  popolate e ridurre quelle poco popolate. È la ragione per la quale la cartografia del presente lavoro ha spesso fatto ricorso ai cartogrammi per rappresentare con il loro giusto peso i fenomeni sociali della mondializzazione. Talvolta, non è la popolazione ad essere scelta come unità di superficie, ma un’altra variabile relativa alla problematica trattata, come il PIL, per esempio, dando un‘enfasi viuale ai paesi che producono più ricchezze.

La costruzione dei cartogrammi si basa su un principio semplice che tuttavia si complica nella sua messa in pratica. In effetti, si tratta di posizionare il cursore nel punto intermedio tra deformazione del fondo–carta, conosciuto da tutti (euclideo), e la rilevanza visuale prevista. Il principio di costruzione dei cartogrammi presuppone, infatti, la deformazione di un planisfero classico, in modo che la superficie di ciascuna delle “caselle” che la compongono (paese, regioni amministrative…) sia proporzionale alla popolazione che essa contiene. In ogni caso, la modificazione delle grandezze delle caselle comporta distorsioni, nella misura in cui è necessario rispettare le prossimità immediate (topologia). Alla fine dei conti, un rigoroso rispetto dei rapporti di superficie, e dunque della rilevanza visuale, può portare a produrre un fondo-carta le cui deformazioni sono tali da rendere il Mondo assolutamente irriconoscibile. Perduti tutti i suoi riferimenti, il lettore non riesce più a leggere la carta.

Dal punto di vista tecnico, è dunque teoricamente auspicabile che il fondo di partenza presenti piccole “caselle”, di dimensioni identiche che permetta di localizzare con precisione le deformazioni, e dunque di attribuire una rilevanza visiva a una regione del mondo in relazione alla geografia del popolamento. Tuttavia, va precisato che si tratta di una condizione teorica dal momento che non tiene conto della scarsa disponibilità di dati affidabili sulla popolazione. Ma quand’anche un cartogramma della popolazione in quadrettatura fosse prodotto (il che resta da tentare), rimarrebbe pur sempre il problema del rispetto della topologia (le frontiere comuni): infatti, poiché i contrasti di popolazione tra caselle prossime possono essere molto elevati, le deformazioni dall’una all’altra rischiano di produrre dei tracciati aberranti in base alle tecnologie cartogrammatiche oggi disponibili.

I cartogrammi del presente lavoro cercano, per quanto possibile, di posizionare il cursore su una posizione accettabile sia per quanto concerne la rilevanza visuale sia per la distorsione delle forme usuali. Esattamente come le carte euclidee classiche, i cartogrammi utilizzano le due proiezioni scelte (carte 3 e 4) che, poiché equivalenti, non rimodulano una seconda volta le superfici prodotte dal cartogramma (va ricordato, comunque che le proiezioni, come i cartogrammi, modificano le misure delle superfici rilevate sul terreno).

 

Carta 3 Cartogramma degli Stati del Mondo secondo la popolazione, proiezione di Mollweide

Realizzazione: Karine Hurel,  Patrick Poncet 

Fondo di carta: Dominique Andrieu, Jacques Lévy, Patrick Poncet

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Carta 4 Cartogramma degli Stati del Mondo secondo la popolazione, proiezione di Buckminster Fuller

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COMUNICAZIONE CARTOGRAFICA: SEMIOLOGIA DEL PROBLEMA E LOGICA DELL'IMMAGINE

Da molto tempo, forse troppo, la cartografia francese è dominata da ciò che si potrebbe chiamare una “semiologia dei dati”. Essa alimenta l'illusione che una carta sia il prodotto banale e lineare di scelte successive, rispondenti a una serie di domande semplici: natura statistica dei dati, tipo d'impianto grafico, tipo d'informazione da restituire, modalità d'uso della carta. Questa prospettiva cartografica è stata ampiamente testata nella costruzione delle carte tematiche, ma soprattutto in un'ottica esplorativa per la ricerca geografica. Ha anche prodotto qualche danno, facendo pensare che dei margini di manovra cartografici ristretti producessero la separazione tra carte giuste e carte sbagliate, riducendo di conseguenza il campo della cartografia “seria” da quello della cartografia tematica (essenzialmente “choropleth map”, cioè su superfici colorate), e permettendo di trascurare ciò che è costitutivo del lavoro cartografico ossia produrre un'immagine. Dal momento che la carta è l’esito di un processo costruttivo lineare, si suppone che l’immagine prodotta sia corretta e non necessiti di interventi adattativi. Non si tiene conto che essa è sia un  risultato che un punto di partenza sul quale esercitare una visione critica rispondente a una semplice domanda: questa immagine comunica un'idea? Un'idea che è geografica solo nella misura in cui essa implica una spazialità, ma che, è estendibile all’intero ambito di riflessione delle scienze sociali.

Viceversa, le carte del presente lavoro si basano su un'altra epistemologia della cartografia, quella della “comunicazione cartografica”. Essa si fonda su due principi: una “semiologia dei problemi” e una “logica dell'immagine”. Se è ovvio che i principi della semiologia grafica sono alla base della concezione delle carte, non bisogna credere analogamente che questi principi siano delle regole da applicare “ciecamente”, senza cioè guardare l'immagine-risultato. Di conseguenza, la semiologia cartografica qui utilizzata si fonda su principi conosciuti, ma non è il prodotto di automatismi. Per ogni carta, essa è il frutto di scelte che tengono conto di prove successive, di numerosi aggiustamenti, e di scoraggianti insuccessi. Insomma, abbiamo tentato di conformarci ad alcune regole di rappresentazione intangibili, poco suscettibili d'eccezione. Ecco di seguito le più strutturanti?

Regola per la scelta delle proiezioni. La proiezione Buckminster Fuller è teoricamente la più adatta alla rappresentazione delle logiche spaziali della mondializzazione seppure,, come abbiamo già ricordato, il suo carattere non convenzionale può porre dei problemi di lettura ai non esperti. Tuttavia, in uno spirito didattico e militante, abbiamo spesso scelto di utilizzare questa proiezione nella misura in cui la lettura della carta non limitata fosse particolarmente difficoltosa. Infatti, abbiamo notato che il ricorso alla proiezione di Mollweide presentava, in certi casi, il vantaggio di non innovare l'immagine su entrambi i fronti: quello del contenuto della carta, e della sua proiezione. In alcuni casi si è dunque preferito non stravolgere le abitudini visuali  per meglio far passare il messaggio cartografico.

Regola per la scelta dei cartogrammi. Nella misura in cui la problematica di una carta implicava fortemente l'individualità, e a fortiori quando gli individui costituivano gruppi sociali che valutavano il ruolo delle comunità nazionali o regionali formali (Stati, regioni amministrative), la scelta del fondo-carta si è sui orientata verso i cartogrammi di popolazione e cartogrammi quelli basati sul PIL per certe problematiche economiche. Viceversa, quando l’aumento di significatività consentito dal cartogramma non compensava la perdita di leggibilità della carta dovuta alle sue deformazioni , è stato mantenuto il fondo euclideo.

Regola per la dissociazione degli strati cartografici. Si è ricorso al concetto di “strati cartografici”stabilendo che ogni carta può potenzialmente accogliere tre strati di informazioni (oltre alle informazioni testuali). Il primo strato di informazione è “al livello” del fondo-carta come, per esempio, il cromatismo delle aree, ma anche le figure proporzionali, come gli areogrammi. Un'altro strato “galleggia” al di sopra della carta. Si pone in sovrastampa, coprendo parzialmente il primo livello, ma l'informazione che essa porta non è necessariamente legata all'informazione soggiacente (anche se il confronto resta possibile). Un terzo strato, utilizzato con parsimonia, è posto “al di sotto” del primo livello, a mo’ di sfondo della carta. Esso è visibile solamente attraverso dei buchi e dei tagli operati nello strato del fondo-carta che serve da livello di riferimento. Questa separazione in tre strati permette di acquisire dei margini di manovra cartografici, pur assumendo la funzione di parametro per mantenere un ordine e una coerenza nell'immagine finale.

Regola semiologica dei cartogrammi. Quando un'informazione deve essere portata cromaticamente sul fondo-carta – se essa guadagna in significatività quando è della riferita alla popolazione interessata (più o meno direttamente) –si usa il cartogramma rispettando le altre regole enunciate. In esso, tuttavia,, le variabili e la scala delle superfici devono essere omogenee qualunque siano gli oggetti rappresentati. Ciò significa che l'uso degli areogrammi proporzionali deve rispettare questa condizione e che la superficie di questi dischi sia compresa nella superficie dei paesi che li “contengono” e non li oltrepassino. È in particolare il caso della carta della compresenza, in cui il cartogramma e i dischi proporzionali sono alla stessa scala.

Regola dell'arte cartografica. All'uscita da una parentesi storica che era cominciata con l'arrivo dell'informatica nell'universo dei cartografi e con il rozzo vocabolario grafico dei suoi inizi, è ora di riscoprire l'eredità estetica della tradizione cartografica. Scambiare le curiosità grafiche delle carte antiche per degli ornamenti non scientifici vuol dire correre il rischio di non attribuire il giusto valore al variegato insieme di procedimenti inventati da generazioni di artigiani cartografi al fine di offrire un'immagine significativa dello spazio. Del resto, pensare la carta in generale in funzione degli strumenti di cui si dispone per realizzare delle carte particolari non è molto saggio. In questa prospettiva, abbiamo voluto esplorare la varietà di possibilità offerta dall'utilizzo dei colori, le sfumature, le ombreggiature e le trasparenze in quanto procedimenti cartografici. Si trattava di far passare questi procedimenti dallo statuto di artifici infografici, senza rapporto di senso con la carta, a quello di tecnologie cartografiche vere e proprie. Diverse combinazioni di questi tre procedimenti sono state utilizzate al fine di rendere visibili gli strati della carta. In particolare, i simboli proporzionali che occupano lo strato superiore delle carte sono stati disegnati in modo da rappresentare delle sfere, o addirittura delle bolle allorché una trasparenza vi è stata applicata. Oltre all'effetto di “scollamento” che questo procedimento permette, dissociando nettamente lo strato superiore da quello intermedio, o l'intermedio dallo sfondo, un gran numero di sfere vicine o sovrapposte danno l'impressione di grappoli. Mentre dei dischi che si sovrappongono sottostimano nettamente il fenomeno che essi rappresentano (la superficie sovrapposta riduce di due volte ciò che essa mostra), l'effetto grappolo – pur non correggendo del tutto questo inconveniente particolarmente pregiudizievole – presenta l'interesse di indurre una lettura “in volume” della carta, ricostituendo almeno parzialmente le quantità in gioco, visto che l'effetto di agglomerazione accresce l'impressione di massa.

Regola della semplicità. Infine, uno sforzo di semplificazione ha guidato il processo di elaborazione delle carte. La semplificazione ha innanzitutto riguardato la concezione delle carte e l’informazione da esse apportata, nel segno della constatazione, molte volte reiterata,, che la qualità della carta è strettamente legata alla qualità delle idee che essa vuole comunicare. Non c’è carta chiara senza idea chiara, né tantomeno senza chiarezza del messaggio. Ciò passa in particolare tramite la chiarezza del pensiero geografico mobilizzato dall’autore della carta. Allo stesso tempo, ci siamo sforzati di semplificare la lettura delle carte. Per quanto possibile, per esempio, abbiamo privilegiato la scelta di soglie di classi con un significato evidente e facilmente memorizzabili (la soglia del 50% per esprimere una maggioranza per esempio). Allo stesso modo, abbiamo spesso preferito utilizzare una proporzionalità per classe delle figurazioni puntuali, piuttosto che una proporzionalità continua, in modo da distinguere tre o quattro livelli dell’intensità di un fenomeno, e rendere così più chiara l’immagine cartografica.

Quanto alla forma delle legende, essa riprende le differenze di trattamento cartografiche delle regole enunciate.

 

NEL LABORATORIO DEL CARTOGRAFO

Fare carte è un mestiere. Ma un mestiere che fa appello a delle competenze sempre più specifiche che obbligano il cartografo a specializzarsi e a rendere più stretta la propria collaborazione con altri produttori di sapere, in primo luogo con i geografi. Per questo, ciascuna delle carte del presente lavoro è il risultato di una collaborazione tra almeno sei persone che hanno preso in carico, l’una dopo l’altra, ciascuna tappa del processo. È per questo che la cartografia non può essere concepita oggi come una “disciplina” appendice delle scienze sociali e della geografia in particolare. Se essa non è una scienza, non producendo un sapere proprio all’infuori della sua tecnologia e della sua tecnica, la cartografia è innanzitutto una concezione di immagini e d’intelligenza comunicazionale. Dunque, essa condiziona pervasivamente i modi di pensare lo spazio geografico. Ci è quindi sembrato necessario dettagliare, a margine di ogni carta, il ruolo svolto da ciascuno nella sua elaborazione, riprendendo le cinque tappe chiave del processo cartografico:

La concezione della carta. È in generale assicurata dall’autore di uno dei capitoli del libro il quale formula l’ordine cartografico da seguire: definisce l’obiettivo cartografico, e segue il progetto in tutte le tappe in modo da controllare la produzione dell’immagine che egli dovrà in seguito commentare.

La concezione e la realizzazione del fondo di carta. Il lavoro di elaborazione dei cartogrammi del libro ha richiesto un tempo lungo di maturazione, di prova, e di produzione finalizzata all’obiettivo da raggiungere. Dominique Andrieu è stato il perno di questo lavoro, portando avanti una vera opera d’oreficeria cartografica, in collaborazione con Jacques Lévy, iniziatore di un uso generalizzato dei cartogrammi, e di Patrick Poncet, che ha sviluppato il principio dei cartogrammi a base regionale utilizzato nell’opera.

La raccolta, il trattamento dei dati, e la cartografia esplorativa. Alain Jarne ha preso in carico una tappa essenziale della cartografia tematica dell’opera, che si potrebbe qualificare come esplorativa. Si trattava di delineare una prima carta sulla base delle consegne dell’autore, il che supponeva il recupero, il trattamento e una prima visualizzazione dei dati. In funzione del risultato, il progetto cartografico veniva confermato o abbandonato, e altre prove effettuate, fino alla produzione di un modello cartografico che sarebbe stato successivamente trattato mediante una semiologia elaborata e adattata alla finalità della carta.

La concezione semiologica. Patrick Poncet, con Karine Hurel, ha sviluppato una semiologia cartografica adattata alle problematiche trattate nell’opera, e il cui carattere unitario ha permesso di produrre una cartografia coerente. Se in alcuni casi, le norme classiche della cartografia tematica permettevano un trattamento efficace dei temi, è stato spesso necessario sviluppare degli approcci nuovi della cartografia per rispondere ai bisogni specifici degli autori e ai problemi di rappresentazione che essi definivano.

Il design cartografico. Parallelamente al processo di cartografia tecnica, una volta attuate le scelte fondamentali e trovati i mezzi di visualizzare le idee, Karine Hurel, con Patrick Poncet, ha proceduto alla definizione di una impronta grafica che rinforzasse l’unità della semiologia utilizzata dando così una firma  all’intera cartografia dell’opera. Al di là dell’interesse estetico di un siffatto procedimento, l’unitarietà offerta ha permesso di minimizzare le differenze tra le immagini del Mondo occultando il riflesso della singolarità del loro messaggio. La risonanza visuale tra le carte si prospetta mezzo cartografico per render conto dell’unitarietà del Mondo.

 



[1] Antoine de Saint-Exupéry, Terre des hommes, Oeuvre complète, Tomo I, Paris, Gallimard, Coll. La Pléiade, 1994 (Ed.orig. 1939), pag. 176.

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